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Zoom editoria

Libri per bambini e ragazzi scelti e recensiti dagli esperti di LiBeR

Icona mano che indica a destraElenco completo delle recensioni

Lupo nero
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Lupo nero

Due occhi bianchi, ferini e penetranti si stagliano in copertina su uno sfondo nero intenso: è così che il Lupo nero di Antoine Guilloppé inchioda subito il lettore.
C’è qualcosa di ipnotico in quello sguardo netto: un fascino magnetico che sfida ad addentrarsi nel libro, tra le sue tavole in bianco e nero del tutto prive di parole.
Qui compare un giovane che, nel fare rientro a casa in una notte invernale, si trova ad attraversare un fitto e intricato bosco. Nevica, fa freddo e avanzare nella coltre non è agevole, ma soprattutto il percorso ha un che di inquietante: tra gli alberi si nascondono presenze misteriose, minacciose persino. Il giovane lì per lì non sembra accorgersene mentre il lettore, con i sensi all’erta, riconosce e segue fin dall’inizio la sagoma del lupo tra i tronchi. La tensione è crescente e tangibile: ci si aspetta da un momento all’altro un assalto. E un assalto in effetti non manca ma, grazie a un sorprendente colpo di scena, cambia di segno e assume contorni nuovi.
Così, in un rapido finale che chiude una sceneggiatura dal gusto cinematografico, la prospettiva si ribalta e l’apprensione si dissolve. All’estremità di un’ampia parabola emotiva, che muove dal turbamento, affronta la paura e approda alla rassicurazione, il lettore trova il sollievo di essersi sbagliato nell’attribuire ruoli e intenti ai personaggi, condizionato dalla forte valenza simbolica dei due colori usati e degli elementi fiabeschi richiamati.
L’apparenza inganna e queste pagine, con il loro abile gioco di inquadrature e illusioni percettive, consentono di sperimentarlo a fondo. Bianco e nero, vuoto e pieno, buono e cattivo: Lupo nero fa dei contrasti più essenziali e della loro capacità di rovesciarsi la sua chiave narrativa più potente che non solo mette a nudo preconcetti e invita a farsi domande, ma amplifica anche l’intimo coinvolgimento di chi legge, facendolo sentire davvero immerso tra quei silenziosi tronchi innevati. Quello intagliato con perizia da Antoine Guilloppé – espertissimo nella tecnica del papercutting – diviene così un bosco da attraversare tanto fisicamente quanto metaforicamente, con spiazzante soddisfazione per lettori di età anche molto diverse.
 
Elena Corniglia (da LiBeR 130)
 
Lupo nero
Antoine Guilloppé;
Camelozampa, 2021, 32 p.
(Le piume)
€ 16,00; Età: da 4 anni
 
 
Lolò, il principe della fate
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Lolò, il principe della fate

 

Il 1965 è l’anno di pubblicazione di Lolò, il principe delle fate. Chissà però da quando frullava nella testa di Magda Szabó! Supponiamo che tutto sia iniziato e terminato nell’anno della sua pubblicazione, resta comunque sorprendente la contemporaneità delle invenzioni che il lettore scoprirà leggendolo.
Fin dalla nascita, Lolò è diverso dagli altri bambini, e non solo perché nato nel paese delle fate. È stato donato a Iris, la regina delle fate, dall’albero di fico. La sua è una mamma single, e qui il pensiero va a un altro famoso protagonista della nostra letteratura, al papà single e al figlio nato da un ciocco di ciliegio.
Va subito detto che questo libro è perfetto per una lettura ad alta voce. Ogni capitolo si snoda in avvenimenti che tengono il lettore avvinto, spingendolo ad andare avanti, senza mai cedere il passo a qualcosa di prevedibile.
La vita nel paese delle fate scorre senza problemi, e con la magia a portata di bacchetta ogni cosa è presto risolta, almeno finché non ha inizio la lotta per la conquista del potere. Un potere che si ammanta di saggezza e benevolenza, che seduce, adulando, chi lo incontra. Per poi manipolare quanti - fidandosi - lo avvicinano scambiandolo per saggezza o peggio ancora sapienza. Inizia così un’altra storia, quella della lotta tra il bene e il male, tra la menzogna e la verità, tra chi sotterra la sapienza per conquistare il potere, tra il riconoscimento e l’accettazione dei propri limiti.
E bisognerà allora trovare il coraggio di volare sulla montagna del “quifinisce", con la consapevolezza che il cammino vero inizia quando si decide di crescere.
È una favola perfetta quella di Magda Szabó, scrittrice ungherese che subì le vessazioni del regime al potere, ma seppe sempre tenere fermo lo sguardo e la penna restando fedele all’umanità. Il volo al “quifinisce" non è privo d’incertezze, ma resta l’unica cosa da fare se si vuole essere liberi e rendere libero chi si ama, come fa il principe delle fate Lolò. L’oggi ci insegna che non esiste un tempo libero dalle dittature del potere e libri come quelli di questa grande scrittrice, di cui vi consiglio tutta l’opera, ci servono ancora di più a capire che la letteratura è lo specchio in cui guardare per comprendere la realtà.

Agata Diakoviez

Lolò, il principe delle fate
Magda Szabó
ill. di Ivett Lénárt, Réka Imre;
trad. di V. Gheno
Anfora, 2020, 253 p.
€ 16,90; Età: da 10 anni

 

 

Distruggi questo libro (illustrato)
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Distruggi questo libro (illustrato)

Distruggi questo libro illustrato è l’ultimo libro pubblicato in Italia della canadese Keri Smith -autrice, artista, docente, attivista, ma soprattutto esploratrice del mondo; la traduzione è curata da Monica Guerra, pedagogista che a sua volta esplora la dimensione erratica nell’atteggiamento di ricerca.
Di questo libro si deve/può leggere ogni singola parte. Nella prima aletta interna l'autrice afferma in maniera radicale la coautorialità del lettore: “Lo sai che un libro non può essere se stesso senza di te? Un libro diventa più bello e vivo quando è esplorato spesso. Quello che alcune persone chiamano distruggere, altri potrebbero chiamare essere vivi. La verità è che i libri non dovrebbero stare sugli scaffali. Sono fatti per essere usati e portati in giro in cerca di avventure. Un libro su uno scaffale non vive la vita che dovrebbe. Per favore aiuta questo libro a vivere. Non c’è tempo da perdere, questo libro ha bisogno di te!”
Sfilando la sovraccoperta, poi, si scopre che il suo interno è un poster con le istruzioni per costruire personaggi analoghi a quelli che popolano i risguardi e alcune doppie pagine – e per i quali l’autrice suggerisce di costruire città fatte di libri.
Keri Smith desacralizza l’oggetto libro, avvicinandolo a bambini e bambine, attraverso una vertigine di escamotage, in larga parte in linea con i meccanismi narrativi più riusciti degli ultimi anni. Si rivolge al lettore/utilizzatore con una nota e cura gli aspetti formali in modo da rendere familiare l’oggetto-libro, ad esempio scrivendo a mano il colophon. Una costellazione di domande concorre a  spostare su un piano filosofico il senso di azioni comunemente suggerite nei tradizionali activity books.
Aggiungono leggerezza fantasiose costruzioni di cartone, tanto vicine per spirito alle macchine inutili di Munari e Tinguely. Mille e più di mille suggerimenti aprono prospettive e relativizzano la normatività implicita nella codifica di qualunque testo scritto.
Questo libro può essere qualsiasi cosa – scrive l'autrice tra le pagine. Anche un gioco in cui scegliere se avviarsi alla conclusione oppure iniziare a giocare da capo. La chiusa su una città di libri rilancia su una ludo-meta-lettura senza fine.

Francesca Romana Grasso (da LiBeR 130)

Distruggi questo libro illustrato
Keri Smith
Corraini, 2020, 64 p.
€ 15,00; Età: da 10 anni

Dal 1880
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Dal 1880

 

L’opera vincitrice del XIII Premio Internazionale Compostela per Albi Illustrati è un  libro senza parole dal tono drammatico che rende omaggio alle librerie come presidi culturali primari ed essenziali della società. Luoghi di aggregazione, conoscenza e sviluppo di una coscienza collettiva. Realtà che andrebbero preservate e sostenute. La libreria raccontata per immagini da Pietro Gottuso nasce nel 1880 in un elegante centro storico, accanto al portone d’ingresso di un palazzo antico. Il libraio, un signore distinto, volge uno sguardo fiducioso davanti a sé. Giriamo pagina e dieci anni sono trascorsi. Una carrozza passa, donne e uomini stazionano nei pressi della libreria conversando o leggendo. L’occhio dell’autore è fisso, l’inquadratura immobile sullo scorcio del palazzo su cui troneggia il volto in pietra di Chronos, il tempo. Voltiamo pagina e siamo catapultati nel decennio successivo. Gli abiti sono cambiati, così come i mezzi di trasporto, la collocazione dei volumi in vetrina, colori e stile delle copertine. Nel negozio dall’altro lato dell’edificio, una galleria d’arte espone i quadri delle correnti artistiche in voga. Gli anni incedono e le tavole pittoriche di Gottuso fotografano i passaggi storici e culturali: il periodo della guerra, la ripresa economica, il progresso tecnologico, i consumi di massa. Per oltre un secolo la libreria rimane lì, testimone della vita cittadina, di usi e costumi che si trasformano. Il negozio vicino si reinventa ogni volta: punto vendita di elettrodomestici, Internet point, bar. In un susseguirsi di istantanee, segnato visivamente da un alternarsi di ombre e luci, registriamo la perseveranza di un luogo orgoglioso e tenace che resiste fin quanto può, fino all’avvento del mercato globalizzato e dell’e-commerce. Un’immagine amara, quella finale, in cui la libreria è scomparsa, rimpiazzata da una frutteria, e tutti i personaggi raffigurati appaiono catturati da uno schermo, sotto lo sguardo desolato di Crono. Una tavola dura, che ha l’effetto di scuotere e aprire gli occhi sulla condizione in cui versano oggi tante attività a conduzione famigliare e sulla crisi che sta investendo le relazioni tra esseri umani, sempre più propensi a frapporre distanze e filtri tra di loro.

Francesca Tamberlani (da LiBeR 130)

Dal 1880
Pietro Gottuso
Kalandraka, 2020, 32 p.
€ 16,00; Età: da 6 anni

Ci chiamavano le mosche
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Ci chiamavano le mosche

Mi sono approcciata al libro con cautela. Il titolo, per assonanza, mi riportava all’inquietudine del Signore delle mosche di William Golding, e l’atmosfera da deserto distopico della copertina ne aumentava la sensazione. Sapevo però che il binomio Calì-Quarello mi avrebbe guidato al di là delle attese, gettandomi oltre la zona-comfort da comune lettore che si aspetta da due dei più geniali autori della nostra letteratura per l’infanzia qualcosa di grande.
Ho aperto il libro. E subito l’incipit, con una voce fuori campo da film – “Mi chiamo Lizzy e questa la mia storia” – e l’inquadratura su una futuristica discarica con bambini tra insetti giganti e uccelli dal “profilo pterodattilo”, simbolo di tutte le povertà del mondo, mi ha catturato in un vortice narrativo fino alla fine.
E' un libro strepitoso, che smuove e commuove. La forza dei temi affrontati - il futuro della terra, la parità di genere, il valore inestimabile della conoscenza- è declinata in poesia e leggerezza: da un lato con le illustrazioni di Quarello, ricchissime, di fiamminga e rinascimentale memoria, sempre di ampio respiro grazie a continui cambi di prospettiva in giochi architettonici, ad accostamenti di luce e ombra; dall’ altro col testo di Calì, diretto, sintetico eppure allusivo.
La storia è quella di una banda di bambini che cercano tra i rifiuti oggetti di scambio. Dopo la devastazione portata al pianeta dal Lampo Blu, il baratto è l’unica forma di sussistenza. Un giorno i bambini trovano un oggetto mai visto e Poubelle intuisce si tratti di qualcosa di prezioso. I cinque si mettono sulla rotta del Gran Bazar. Qui una bambina ruberà l’oggetto portandolo a Salomone, non un mercante, ma un sognatore: a chi porta libri in dono, infatti, l’uomo insegnerà a leggere. I bambini lasceranno così il loro “oggetto” senza volere nulla in cambio e decideranno di trovare una zona di lavoro più vicina a Salomone.
Una storia che è tante storie insieme, ma più di tutte Ci chiamavano le mosche è la storia del libro come profondo nutrimento di valori, visioni e immaginario, contro i Lampi Blu di ogni epoca.

Elena Baroncini (da LiBeR 130)

Ci chiamavano le mosche
Davide Calì,
ill. di Maurizio A. C. Quarello;
trad. di P. Cesari
Orecchio Acerbo, 2020, pag. 44
€ 16,00 ; Età: da 6 anni

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