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Zoom editoria

Libri per bambini e ragazzi scelti e recensiti dagli esperti di LiBeR

Icona mano che indica a destraElenco completo delle recensioni

Tutti artisti
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Tutti artisti

 

Colorare nei margini. Lo si sente soprattutto nei racconti di chi oggi attraversa un’età avanzata: capitava di aver ricevuto a scuola un imprinting negativo rispetto alla propria capacità artistica. Soltanto colorare nei margini, appunto, o per temi e tecniche obbligate, come metafora di percorsi poco illuminati che rischiavano di inibire il potenziale creativo infantile, di tarparlo prima ancora che germogliasse.

Tutti artisti. 20 Progetti ispirati ai grandi artisti di Joséphine Seblon con l’apporto – qui ancor più cruciale, del corredo illustrativo di Robert Sae-Heng – si propone di sfatare questo stato di cose, con un’attitudine progettuale cui la traduzione italiana, curata da Elisabetta Gnecchi Ruscone, dà ancora maggiore fiducia, tramutando l’originale Les mini-artistes in Tutti artisti.

Per Seblon il tracciato si è mosso dal suo privato: “Desideravo che la voglia di fare e creare dei miei bambini si tramutasse in amore per le arti visive, di ieri e di oggi”.

L’idea che attraversa questo propulsivo picturebook è dunque quella del prendere ispirazione da grandi maestre e maestri (divisi tra passato, modernità e contemporaneità), per osservarne le opere, cogliendo dettagli e “imitando”, fino a librarsi autonomamente nella creazione di uno stile proprio.

Si tratta di venti tra forme artistiche e figure scelte dall’autrice nell’infinita fucina della storia dell’arte, per un ventaglio ampio di materiali e tecniche progettuali: dalle mani come stencil (pensando ai cavalli del Pech Merle), alle sculture di sapone (Barbara Hepworth), o di stoffe (Mrinalini Mukherjee), dalle creature surrealiste (Wifredo Lam), alle tessiture astratte (Anni Albers)…

Foto e immagini accompagnano fase per fase, i materiali sono facilmente reperibili, i tempi di realizzazione contenuti, ma quello che più conta sono le domande ad artiste e artisti in erba (se diventeranno noti non conta, l’arteterapia avrà comunque benefici infiniti sulla loro crescita): “Come ti senti guardando queste vetrate colorate?” (cattedrali medievali), “Qual è la prima cosa che vorresti fare passeggiando dentro quest’opera?” (installazioni botaniche di Hélio Oiticica). Domande che danno il senso di un lavoro sull’interiorità da continuare per sempre.

Maria Grosso (da LiBeR 145)

Joséphine Seblon
Robert Sae-Heng;
trad. di E. Gnecchi Ruscone
Babalibri, 2024, 95 p.
€18,00 ; Età: da .6 anni

 

 

Le tre chiavi
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Le tre chiavi

 

Mi accosto sempre con qualche timore al seguito di un libro che ho molto amato: il rischio di spezzare l’incantesimo è sempre elevato. Non c’è sfida più difficile, per chi scrive una serie, che quella del secondo volume, in cui si deve consolidare un universo narrativo costruito nel romanzo precedente, a cui il lettore si è già affezionato, individuando nello stesso tempo strade nuove e non ripetitive. In Le tre chiavi, seguito del pluripremiato Motel Calivista, buongiorno! Kelly Yang supera la prova, consegnando ai giovani lettori un nuovo capitolo della storia di Mia all’altezza del precedente. È passato qualche mese dalla fine delle vicende raccontate nel primo romanzo; ora Mia e i genitori sono i proprietari del Motel e non devono più sottostare alle condizioni umilianti del signor Yao; questo però non significa che i problemi siano finiti. Innanzitutto, in California è anno di elezioni e Mia assiste al dilagare di una violenta campagna anti - immigrazione, con una proposta di legge che rischia di sconvolgere la vita della protagonista e della sua migliore amica. A scuola, una nuova insegnante mette in discussione le capacità di scrittura di Mia e i voti si abbassano; il Motel, poi, è fonte di stress perché i risultati economici non sempre sono quelli desiderati. Se c’è una caratteristica che nessun lettore può negare a Mia Tang è quella di saper fronteggiare le difficoltà con energia e nemmeno stavolta la protagonista deluderà i giovani lettori. Se da un lato questo romanzo conferma la scrittura vivace e coinvolgente di Kelly Yang e lo sguardo empatico e profondo di Mia, dall’altro mi pare mettersi in luce per una maggiore attenzione ai personaggi secondari, che emergono dallo sfondo con le loro vicende familiari e con una caratterizzazione più complessa. Penso a Lupe e Jason, i migliori amici di Mia, ma anche ai genitori, di cui scopriamo il passato, ma anche i sogni futuri. In conclusione, i molti lettori che hanno atteso per mesi il ritorno di Mia Tang possono godersi un’altra storia che toccherà il loro cuore.

Matteo Biagi (da LiBeR 145)

Le tre chiavi
Kelly Yang;
trad. di F. Taibi
Emons, 2024, 368 p.
€ 14,50 ; Età: da 11 anni

 

 

I Tillermann
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I Tillermann

 

I Tillerman sono Dicey, James, Maybeth e Sammy quattro fratelli rimasti soli dopo che la mamma li ha lasciati nel parcheggio di un centro commerciale e non è più tornata. Dopo aver perso il lavoro la madre li aveva caricati sulla loro vecchia auto dicendo che sarebbero andati a Bridgeport, a casa di una prozia che li avrebbe aiutati. Del padre i Tillerman non hanno notizie da tempo. Dicey teme che ora che sono rimasti soli qualcuno possa separarli, ma sa leggere le cartine e ne possiede una. A Brigeport proveranno ad arrivare da soli, a piedi, ma sono settimane di cammino e in tasca hanno pochi spiccioli. Sarebbe un’impresa impossibile per un altro gruppo di ragazzini, ma non per i Tillerman perché Dicey ha una forza d’animo, una calma, un senso dell’organizzazione e della responsabilità davvero rari per i suoi tredici anni, perché James ha dieci anni e un’intelligenza non comune, perché Maybeth è dolcissima, e non importa se qualcuno dice che ha un ritardo cognitivo, perché Sammy, il più piccolo, è di certo il più oppositivo, ma ha l’incrollabile certezza che la mamma vuole loro bene e forza, tenacia, capacità di adattamento straordinarie. Il viaggio sarà lungo, anche perché ai Tillerman non basta trovare un tetto sotto cui stare: vogliono un posto da poter chiamare casa. Si tratta di un romanzo corposo, di ampio respiro, una solida narrazione in terza persona che non a caso ha già qualcosa del classico e che pure non soffre minimamente il tempo: il romanzo originale è del 1981 e ancora una volta l’editore Il Barbagianni ha il merito di andare a scovare perle del passato, difficili da recuperare nelle vecchie edizioni (Bompiani, 1994, collana I delfini, poi Fabbri, 2000; Sansoni, 1999).
É una grande storia on the road che non ha bisogno di straordinarie svolte di trama, complessi colpi di scena per tenere l’attenzione del lettore. Il punto di forza sono i personaggi: i fratelli Tillerman, ovviamente, perché si ficcano talmente a fondo nel cuore del lettore che basta questo a non volerli lasciare per oltre 400 pagine, ma anche i personaggi secondari, costruiti con una sapienza che non li riduce mai a mera funzione narrativa, che ci fa pensare che ciascuno di essi, positivo o meno, avrebbe la dignità di protagonista in una storia parallela.

Alice Bigli (Da LiBeR 145)

I Tillermann
di Cynthia Voigt;
trad. di M. Migliavacca
Il Barbagianni, 2024, 440 p.
€ 18,90 ; Età: da 12 anni

 

 

Il tram numero fiore
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Il tram numero fiore

 

“Disegnare è un’altra forma di linguaggio. È come respirare, come parlare con le dita, come pensare con gli occhi”. Questo afferma Delicado, illustratore dell’albo, realizzato con Guia Risari. E sarebbe bello non dire altro per parlarne, soprattutto se, confermandone l’affermazione, potessimo disegnare una recensione e lasciare che solo alcune volute leggere e colorate restituissero e stimolassero le sensazioni esperite da chi legge il libro, senza ridurlo in parole. Proprio come gli autori riescono magistralmente a fare, intrecciando in modo leggero le parole con “l’altra lingua”, le immagini. Ma noi non abbiamo nelle dita la stessa maestria e allora ne parliamo, sperando di non tradirne lo spirito immaginifico e cercando di trasmettere almeno in parte la sensazione di ricchezza e leggerezza da cui è animato. Laura, una bambina, insegna all’amico Omar, che viene da lontano e soffre di nostalgia per il suo paese di origine, l’esistenza di un tram speciale, che non è segnato con un numero ma con un fiore. Basta salire a bordo – ed è quello che i due fanno – e si inizia un viaggio tra parchi cittadini e radure, innalzandosi in cielo e poi scendendo fino alla superficie del mare. Intanto i paesaggi cambiano, ricchi di particolari sorprendenti da osservare e, mentre si scopre che neanche l’autista, che sembra un po’ un orango, conosce la meta finale, a ogni fermata qualcuno scende, e non è mai un tipo banale: vecchine che sembrano piante rampicanti, mantidi e scarabei vestiti da umani, ragazze sogliole e cavallucci di mare dallo sguardo intenso. In ogni caso non è la destinazione quello che conta, ci fa capire Laura quando Omar la ringrazia per l’esperienza: prendere il tram numero fiore è alla portata di tutti e, ora che lo sa, può evadere quando vuole da nostalgia e tristezza e tornare ai luoghi che ama. Il testo preciso e colloquiale, dove ogni parola è essenziale e puntuale, dialoga perfettamente con le immagini, nitide, ricche di particolari e colori, di grande impatto e qualità, insieme accompagnandoci, con i due giovani viaggiatori, tra tappe e passeggeri bizzarri di un viaggio che, al voltare pagina, sembra farci arrivare ogni volta una brezza leggera, un respiro che allarga il petto e accarezza l’animo.

Antonella Lamberti (da LiBeR 146)

Il tram numero fiore
Guia Risari,
ill. di Federico Delicado
Kalandraka, 2025, 36 p.
€ 16,00 ; Età: da 5 anni

 

 

Il regalo delle fate formiche
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Il regalo delle fate formiche

 

Un libro da cortocircuito. Nell’albo Il regalo delle fate formiche della coreana Shin Sun-Mi convivono due velocità e due direzioni diverse: l’incedere orizzontale pacato e sospeso, attraverso tavole di straordinaria raffinatezza ispirate alla pittura orientale (centrale l’elemento decorativo dell’hanbok, abito tradizionale), e il procedere in verticale a piombo, verso il basso, l’interiorità, col tema della ferita emotiva tra madre e figlia che chiede di esser riparata. Tre generazioni a confronto – una mamma, una nonna, un bambino – un gatto e le gaemi yojeong, le fate formiche, creature minuscole, viste “da bambini innocenti o da animali con sesto senso acuto”, che l’autrice immaginò da piccola durante una febbre e a cui ha dedicato l’omonimo precedente album (Topipittori, 2018). Su questa umanità operosa e mignon è già stato detto molto: rappresentano l’aggancio con la magia che gli adulti perdono, simboleggiano le nostre diverse parti che nel mondo ego-riferito, secondo i parametri della personalità, fatichiamo ad accogliere. Interessante è che queste figure, che rimandano a folklore e fiabe di molte culture da sempre sconfinate nella letteratura per l’infanzia e non – elfi, lillipuziani etc, – sembrano essere nate nel primo libro per svolgere in questo la loro vera missione: ridare un’opportunità e mostrare al mondo come si sconfigge il tempo. Il mantello cucito dalle fate per la mamma e la nonna compie un atto magico e le porta anni indietro. È una magia narrativa e non lo è: nei riti sciamanici, sempre più usati in sinergia con la psicologia, è il cambiamento di uno stato di coscienza (con respirazioni e, appunto, “cappe magiche”) dove si parte per un viaggio nell’underworld. La dimensione temporale delle mente abituata al prima e al dopo si annulla in un presente in cui le memorie perdono ogni interpretazione per ricondursi alla loro radice emotiva. Viaggio che il lettore compie con le due donne e per cui quel “Ti voglio bene” finale, semplice e sincero, risuona travolgente, ci scuote dandoci la chiave, il regalo, per rileggere le nostre occasioni perdute.

Elena Baroncini (da LiBeR 145)

Il regalo delle fate formiche
Shin Sun-Mi;
trad. di L. Topi
Topipittori, 2024, 36 p.
€ 20.00 ; Età: da 5 anni

 

 

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