Mangiare la paura
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Mangiare la paura

Mangiare la paura
Antonio Ferrara
Piemme, 2016, 115 p.
(Il battello a vapore)
€ 15,00 ; Età: da 12 anni

Lo scrittore traccia in capitoli brevi la storia di un ragazzo tredicenne, Ifarn, destinato a diventare un kamikaze. Storia fatta di corte, significative sequenze ambientate in luoghi, tempi, scenari diversi. Tra gli ambiti essenziali per lo sviluppo dell’azione c’è anzitutto la povera casa di campagna dove Ifarn vive con la madre vedova e malata, un fratello mentalmente leso, una sorella, un nonno e il duro profilo della fame.
Il secondo palcoscenico di rilievo dell’azione è la madrassa, la scuola dove gli allievi studiano il Corano e imparano a odiare gli infedeli, gli stranieri invasori delle terre islamiche e a esser pronti ad annientarli. La madre vi chiude dentro Ifarn perché, almeno lui, non soffra la fame, dato che alla scuola si mangia in abbondanza. Un terzo ambiente in cui si svolge una breve ma significativa sequenza è la moschea, dove i maestri della madrassa un giorno conducono in visita gli allievi. Qui figura un vecchio Imam che predica la pace e mette in guardia gli ascoltatori contro “i cattivi camuffati da fedeli che chiedono di uccidere, per provocare morte e dolore”. Il lettore, arrivato qui a poco più della metà del libro, si è già reso conto di quanto siano diversi i discorsi, le esortazioni, le opinioni, le credenze dei vari personaggi.
Le pagine in cui il maestro Jabbar prepara Ifarn al suo ruolo di kamikaze hanno il tono d’imposizione di una fredda calma e poi di una violenza prevista ma forzosamente sospesa, marcata da una paura che Ifarn cerca invano di ingoiare, paura non tanto di morire quanto di vivere in un mondo senza senso.
La distruzione che egli fa della automobile che sta pilotando e del materiale esplosivo nel fiume, la rinuncia al suo compito di kamikaze, il suo incamminarsi senza scopo verso un ignoto assoluto sono l’immagine riassuntiva, nel mondo d’oggi, non solo dell’inutile tragedia operata e subita da tanti kamikaze, ma anche di una incomprensione senza fine. Una barriera che appare invalicabile sembra che oggi possa impedire non solo a singoli esseri umani, ma a una intera comunità, alla popolazione di un Paese, di un continente, di scegliersi una via anche difficile a percorrere, però lontana dall’incomprensione e dalla violenza.

Carla Poesio
(da LiBeR 111)