La piscina
J.H. Lee; trad. di A. De Benedittis
Orecchio Acerbo, 2015, 48 p.
€ 15,90 ; Età: da 4 anni
In tempi di social network quest’albo coreano è un’apologia della relazione e dell’esperienza vissuta insieme, nel presente, senza parole, senza testimoni ma come testimoni e soggetti di stupore. Bellissimi i corpi sospesi dei due ragazzini, lei e lui, che si incontrano sott’acqua. In una piscina orribilmente affollata due fanciulli si incontrano in uno spazio segreto, cui si accede con un tuffo che li porta a guardare e a guardarsi in una dimensione sottomarina. I due nuotano lievi sotto gli arti sgambettanti di grassi bagnanti rumorosi, sono eleganti e silenziosi, nuotano in due sotto una folla innumerevole, sono invisibili per gli sguardi distratti, trovano pesci e non salvagente gonfiabili, stupiscono di fronte alla minaccia di denti mostruosi, spaventosi di uno spavento che diverte, contrapposto al panico raggelante che può essere provocato dall’assembramento umano. I due giovani nuotatori recuperano libertà di movimento emancipandosi dalla condanna della visione orizzontale per avventurarsi dove c’è il non visto, il non detto, il sommerso, oltre lo specchio dell’acqua, dove vivono creature rarefatte di sogno e di cielo, una lunare balena con un occhio che racconta l’anima del mondo. La piscina si dilata, per essere altro spazio e altro tempo, per essere soprattutto foglio fluido e quasi vuoto di silenzio e incanto. Vi si ravvisa la dialettica del sopra e del sotto, quella classica che rimanda all’idea del mondo infero, mondo del sogno e del silenzio; ma anche quella che contrappone profondità e superficie di percezione, pieno e vuoto (cara alla tradizione orientale), luce e ombra, cultura e natura, baccano e visione interiore.
Il libro è dunque un invito alla visione del presente oltre la superficie, al tuffo verso l’originalità dell’esperienza, al recupero di una dimensione estetica piena di meraviglia, che si imparenta con il mondo subacqueo, così caro alla poetica dei libri senza parole. Il mare dell’immagine può riposare dalla folla di parole, dall’ingombro dei pensieri, rimandare al gioco di finzione. Vedere insieme, far finta “che eravamo”, può trasformare una piscina in un mare, un libro di figure in un’immagine di felicità e in un “orizzonte di senso”.
Marcella Terrusi
(da LiBeR 108)
La piscina
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