Il ricordo che non avevo
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Il ricordo che non avevo

Il ricordo che non avevo
Alberto Melis
Mondadori, 2010, p. 153 
(Junior oro)
€ 12,50 ; Età: dai 10 anni

“Angela, come me, pensava dei rom esattamente quello che pensano tutti i nostri amici … Che erano straccioni, ladri e delinquenti. Che puzzavano … e mandavano i loro figli a chiedere l’elemosina perché non avevano voglia di lavorare”.
Per parlare di intolleranza, razzismo e tragedie del passato, l’autore ci pone di fronte a certe repulsioni, inconfessabili fastidi che spesso avvertiamo nel contatto con la diversità… e se scoprissimo che queste “alterità” che ci abitano accanto riguardano anche noi e la nostra famiglia?
Questo succede a Mattia, che vive a Roma con i genitori e un nonno di origini polacche, detto nonno Orso Gabriel per il comportamento sfuggente e un passato oscuro.
Un giorno, prima di uscire di casa, Gabriel lascia al nipote una busta: quattro ritratti a carboncino, con alcune annotazioni scritte in una strana lingua; e la sera stessa una notizia di cronaca rimbalza dal televisore al soggiorno: nonno Gabriel è tra le vittime di un violento assalto di teppisti a un campo rom. Cosa faceva tra quelle baracche, nell’atto di salvare dalle fiamme il piccolo Kino, un bambino del campo? Con gli indizi della busta e l’aiuto di Nazifa Bebè – sorella del piccolo Kino – Mattia e la sua amica Angela indagano, riportando gradualmente alla luce questi segreti legami. Ogni capitolo solleva un velo dal mistero della vicenda famigliare, ma anche dalle pagine più cupe del nostro Novecento. È il Porrajmos, il “Grande Divoramento”: più di mezzo milione di rom sistematicamente deportati e sterminati dai nazisti. Una tragedia che molti libri di storia rimuovono e le cui vittime evitano il ricordo, temendo presagi di ulteriori sciagure.
Il romanzo integra perfettamente l’intreccio della ricostruzione storica alla freschezza dei personaggi, sempre credibili e coinvolgenti, motivati da una urgente ricerca di senso e di verità.
Nel commovente finale Mattia, per seguire le volontà del nonno, assume un nuovo nome in romanì: un atto simbolico che reintegra nel proprio presente questo ricordo negato, permettendogli di sopravvivere al silenzio. Così come è toccante leggere l’intera vicenda dal punto di vista di nonno Gabriel: uno dei tanti nostri contemporanei approdati al presente, naufraghi abbandonati nel sostenere i segni di un’apocalisse ancora recente.

Fausto Boccati
(da LiBeR 90)