C’era una volta una bambina
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C’era una volta una bambina

C’era una volta una bambina
Giovanna Zoboli, ill. di Joanna Concejo
Topipittori, 2015, p. 72
€ 20,00 ; Età: da 5 anni

È risaputo che nelle fiabe il non detto supera lungamente quel che viene raccontato. Ogni fiaba è nascondiglio, è scrigno di tesori o caverna degli orrori. Ciascun lettore vi trova quel che cerca e non sempre quel che si è scoperto la prima volta, si ritrova poi lì dove era stato intravisto. Ogni fiaba è un mondo, che si muove continuamente. Muta perché cambiano gli occhi di chi l’osserva. E non si tratta solo di punti di osservazione diversi ma, anche, di quelle impercettibili variazioni – darwiniane – che mutano il proprio essere. E che dire poi del silenzio? Esso diviene elemento principale di ogni narrazione? Può allora essere fondamentale osservare quello spazio tra le parole, e tra le immagini, in cui cerchiamo un significato che ci aiuti a fare nostra la fiaba, a condividerla con gli altri, ma soprattutto a capire qualcosa in più di noi. Nessuno raccontava. Nessuna sapeva. Questo sembra essere quel che hanno visto, e udito, in una fiaba antica come i boschi e i bambini, Giovanna Zoboli e Joanna Concejo.
La bambina, anzi “una” bambina, si muove lentamente in un bosco dove c'era un lupo e c'era anche una bambina. Una bambina può essere qualsiasi bambina, allo stesso modo di un bosco e di un lupo. Nulla è determinato fin dall'inizio perché tutti tacevano e nessuno raccontava. Inizia così la narrazione di C'era una volta una bambina, di Giovanna Zoboli e Joanna Concejo. L’indeterminatezza, che l’utilizzo dell’articolo indeterminativo dà alla storia, è raffigurata anche nella prima tavola in cui intravediamo una bambina, distante, accennata, con il suo abito rosso, macchia più che vestito. La Zoboli ha costruito un testo che è specchio, che non lascia scivolare via nulla e nessuno, così come le illustrazioni della Concejo. Ogni gesto è misurato, lento, masticato come parole che devono essere ripetute. Se nessuno racconta, se nessuno sa, a ciascuno spetta il compito di osservare, senza fretta, quel che accade. Ma le parole, come il silenzio, sono invisibili. E continuano pertanto a raccontare anche se nessuno racconta.

Agata Diakoviez
(da LiBeR 107)