Moabi
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Moabi

Moabi
Mickaël El Fathi
trad. di Giulia Genovesi
Terre di Mezzo, 2017, 48 p.
€ 15,00 ; Età: da 3 anni

Terre di mezzo, una quarantina di titoli all’anno, ci ha abituato dal 1994 a una qualità di proposte che con Moabi raggiunge uno dei suoi apici. La storia di un albero, ma anche quella del mondo. La poesia, la raffinatezza di illustrazioni a tratti naif − bellissima la tigre blu su fondo blu − ma con richiami pittorici a Klee, Klimt, Rousseau, senza rinunciare all’urgenza del messaggio ecologico.
Testo essenziale, quasi una didascalia a tavole di forte impatto policromatico che accompagnano il lettore indietro nel tempo. Maobi, che come spiega il botanico Francis Halle nell’ultima di copertina, è l’albero più grande d’Africa e “quando lo si incontra non lo si dimentica più”, si presenta al lettore come la pianta più vecchia della Terra. Tavola dopo tavola, con forti contrasti di colore, e particolari decorativi di grande suggestione, il libro racconta tappe di uno sviluppo che simbolicamente è quello di tutti: dalla fatica del seme che spunta, allo sviluppo delle radici e dei rami “slanciati verso la luce”, Maobi cresce in grado di resistere al vento per scoprire, lentamente, anche il mondo intorno a sé. Il silenzio del regno vegetale lascia il passo a piccoli e grandi animali che “riuscivano a sussurrare i loro segreti alle mie foglie”. Poi il primo uccello e le scimmie che gli parlano di un loro simile ma che si muove sulle zampe posteriori e ha scoperto il fuoco: l’uomo. L’albero osserva da lontano le sue abitudini, i suoi villaggi, scopre che ha bisogno di legna per le abitazioni, gli utensili e per scaldarsi. E quando lo vede avvicinarsi ha paura: “Io il grande Maobi ormai mi nascondo curvo sotto altre cime perchè nessuno mi veda”.
L’autore-illustratore-viaggiatore francese, dopo aver gettato l’input sul conflitto tra i bisogni umani e lo sfruttamento delle risorse, conclude con un messaggio tanto profondo quanto inaspettato, il finale in maggiore di un brano in tonalità minore, e che ci smuove per la sua autenticità, per quell’abbraccio al tronco rosso come una ferita dell’ultima tavola: l’uomo un giorno tornerà e farà pace con la foresta.

Elena Baroncini
(da LiBeR 117)