La casa senza specchi
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La casa senza specchi

La casa senza specchi
Mårten Sandén, ill. di Moa Schulman
trad. di S.K. Milton Knowles
Rizzoli, 2017, 210 p.
(Narrativa ragazzi)
€ 16,00 ; Età: da 12 anni

Sembra un libro fuori dal tempo per le sliding door tra due epoche, gli indecifrabili rapporti familiari e interpersonali, i fatti reali o misteriosi o sognati che celano un lutto lacerante, un bambino morto. Sarebbe stato un titolo ideale per le storiche e indimenticabili collane Junior e Istrici anni ’90. Con ragazze al confine tra due mondi, epoche, età, in una grande casa di campagna. La prozia Henriette sta morendo, la veglia il pronipote Thomas, sigillato nel dolore per la morte del figlio e padre della tredicenne Thomasine, mentre gli zii Kajsa e Daniel pensano ai soldi della casa in eredità. Cugini e cugine osservano gli adulti, ascoltano, giudicano, si muovono autonomamente.
La piccola Signe introduce Thomasine dentro un armadio dove sono accumulati tutti gli specchi della casa (segno di un lutto che tutto sovrasta, cose e animi) e quando escono la stanza appare uguale ma diversa, di un’altra epoca, dove c’è una bambina vestita come una volta, si chiama Hetty,  facile intuire che è Henriette giovane. Vengono in mente l’armadio di Narnia, gli specchi di Alice, la porta di Coraline, ma questo non introduce a mondi fantastici o orrorifici, semmai a ricordi del passato risvegliati e ricostruiti su vecchie fotografie. Perché il dolore non è fuori ma sta dentro le persone. La rottura dello specchio della memoria e la faticosa, dolorosa ricomposizione dei frammenti aiuteranno Wilma a uscire dal suo deficit di autostima, il piccolo Erland dalla rabbia, lo zio Daniel dall’indolenza, il padre da un dolore annichilente. Storia di elaborazione di un lutto che non riguarda solo chi non c’è più, ma tante altre esistenze.
Resta da dire della scorrevolezza, limpidezza e raffinatezza della scrittura. Qualche assaggio: “Un tempo eravamo una famiglia normale, poi senza accorgercene abbiamo cominciato ad allontanarci l’uno dall’altro. Come i bulloni di una bicicletta che si allentano” pensa Thomasine. Per la quale “Il silenzio era familiare come un vecchio maglione. Il maglione ero io” e che nota come “Wilma in realtà non fosse altro che un guscio. Qualcosa che cominciava a starle stretto, qualcosa di estraneo che presto si sarebbe lasciata alla spalle”.

Fernando Rotondo
(da LiBeR 117)