Il doppio
Davide Calì, Claudia Palmarucci
Kite, 2015, p. 64
(Le voci)
€ 16,00 : Età: da 10 anni
E se pensassimo agli adulti che siamo diventati? Possiamo ancora udire “le voci di dentro”, discernere i nostri desideri più veri, orientarci nel bailamme di direzioni e false strade, che fa da “tappeto sonoro” a questa nostra vita oggi? Ovviamente è un tracciato personale, ma al tempo stesso mi piace pensarlo come un fatto di risonanze collettive. E se il viaggio è talvolta terribile e complesso, di certo, credo, passi per l’anima bambina, come un faro da inseguire nella notte, anche quando i suoi battiti di luce sembrano farsi fiochi e lontanissimi. Allo stesso modo, nutrendo queste domande, con temeraria consapevolezza, mi sembra si muova la collana Le voci di Kite, testi illustrati rivolti a “bambini adulti” e ad “adulti bambini”, come si legge nelle note di accompagnamento. Possiamo prescindere dalle immagini? E se volessimo rigenerarne una innaffiandola di parole, o liberare quelle “racchiuse” come farfalle in ogni testo? Su questa scia di ricerca, scopriamo l’ultimo edito, Il doppio, per piccole radianti epifanie di lettura.
Bastano infatti pochi minuti per arrivare all’ultima pagina, eppure quello che ci traduce è vitale: non dobbiamo far morire l’immaginario collettivo sul lavoro. Sì, dopo i colpi d’ascia degli ultimi trent’anni, la pianta sembrava essersi completamente inaridita, fin quasi a scomparire, eppure troppo antiche e ramificate erano le sue radici: da Pellizza da Volpedo a De Sica, da Loach a Guttuso a Guédiguian, da Chaplin ai Dardenne, a Pasolini, Brecht, Segre, Masino, Petri.
E così questo di Kite è un omaggio testuale e iconografico al Novecento che quella ricchezza di lotte e d’arte ha prodotto, al lavoro come a uno dei nuclei più cruciali per comprendere essere umano e identità, socialità, tempo “oggettivo costrittivo” e varchi di tempo e felicità soggettiva. E se Calì, con un mood che rimanda a Svevo e Pirandello, grazie al topos letterario “primario” del doppio, acutamente rispolvera il vecchio caro rimosso concetto di alienazione, Palmarucci, creando una sorprendente texture di stranianti volti-memoria d’arte e non, con indimenticabile autorevolezza ci guida in un sogno in seppia, arancio e bluette: e se fossimo noi i pesci nell’acquario, cui abbiamo dimenticato di dar da mangiare?
Maria Grosso
(da LiBeR 109)
Il doppio
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