Il coraggio della libellula
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Il coraggio della libellula

Il coraggio della libellula
Deborah Ellis; trad. di M. Pace
Rizzoli, 2013, p. 200
€ 12,50 ; Età: da 11 anni

L’inizio sembra Stephen King: “Benvenuti a Casa Blatta… Mettiti comodo. Allaccia la cintura di sicurezza… Perché a un tratto mi è venuta voglia di parlare. Casey, la mia migliore amica, è stata arrestata per omicidio mentre uscivamo dalla chiesa”. Ma subito, grazie anche a una sapiente struttura narrativa che alterna le vicende del presente verso il processo a brevi flashback che ricostruiscono come e quando avvenne la tragedia, l’aspettativa thrilleristica vira verso una convincente dimensione psicologica, emotiva, sentimentale, anziché giallistica.
Casey e Jess sono amiche per la pelle: forte, determinata a diventare scienziata entomologa l’una, più insicura, fragile, l’altra, che nella prima trova appoggio ed equilibrio; fra loro si chiamano Mantide e Libellula. Durante il campo estivo ai Dieci Salici, in cui sono capo e vice di un gruppo, una bambina viziata e insopportabile viene uccisa e gli indizi convergono su Casey. Jess potrebbe scagionarla, ma subisce le pressioni di una comunità perbenista e carogna e del gruppo più esclusivo della scuola che la coopta per farsi raccontare i dettagli dell’accaduto e poi influenzare mediaticamente l’opinione pubblica in modo ancor più negativo. Esita a schierarsi, non risponde alle lettere dal carcere, addirittura viene chiamata a testimoniare per l’accusa.
La direttrice del campo le spiega che i Dieci Salici ricordano la schiavitù degli ebrei a Babilonia quando appesero le cetre ai rami rifiutando di cantare per gli oppressori: “Quando qualcuno che è in errore vuole farci fare qualcosa per compiacerlo, noi non siamo tenuti a farlo. Possiamo scegliere. Mettere via le cetre e non suonare”. Riuscirà la libellula a trovare il coraggio della verità? Ma un colpo di scena, invero un po’ forzato, interrompe e annulla il processo. Mantide tornerà libera e Libellula finirà cameriera in una bettola, Casa Blatta. Ellis ha lasciato la saga di Pavana, che rischiava di rinchiuderla in un ghetto narrativo tematico, se non di “serializzarla”. Alla fine del libro viene in mente la Oates: per le atmosfere inquietanti ma realistiche e per una scrittura capace di costruire progressivamente la psicologia dei personaggi. Non è poco.

Fernando Rotondo
(da LiBeR 100)