È soltanto un cane
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È soltanto un cane

È soltanto un cane: certi cani cambiano tutto
Michael Gerard Bauer; trad. di F. Gulizia
Rizzoli, 2012, p. 134
(Rizzoli narrativa)
€ 12,00 ; Età: da 10 anni

Michael G. Bauer ci ha già regalato bellissime storie la cui complessità è stemperata dall’ironia del linguaggio utilizzato. In È soltanto un cane – insignito in Australia di alcuni prestigiosi riconoscimenti – l’autore sembra perfezionare questa abilità, raccontando una storia forte con un linguaggio semplice ma incisivo, capace di far ridere e piangere nello stesso tempo.
È Corey, 11 anni, che sta ripercorrendo sul suo diario tutte le storie accadute dall’arrivo di Mister Mosly, in modo tale da tenerle sempre nel suo cuore. Perché la presenza di Mister Mosly ha cambiato davvero tutto, nella sua famiglia. È solo un cucciolo, metà dalmata e metà “ingrediente segreto”, quando Corey lo sceglie a soli tre anni all’interno della numerosa cucciolata di zio Gavin. A nulla valgono le osservazioni del padre, che avrebbe voluto un cucciolo con un po’ più di “grinta”, meno addormentato, con qualche macchia in più come un vero dalmata. Corey non ha dubbi: vuole proprio quel cucciolo tutto bianco, che non è corso fuori come tutti gli altri, ma è rimasto seduto immobile vicino alla madre, come se aspettasse che qualcuno lo notasse.
“Lo voglio! Voglio quello! Quello che non si è mossodalì!”, aveva ripetuto all’infinito Corey, riuscendo a vincere tutte le resistenze. E Mister Mossodalì, chiamato nel vocabolario ancora imperfetto di Corey Mister Mos-ly, affettuosamente Mo, aveva fatto il suo ingresso ufficiale in famiglia, diventandone un membro a tutti gli effetti: non solo è leale, protettivo e affettuoso, ma con il suo sesto senso sente prima di tutti gli altri quello che sta accadendo. È un conforto costante, perché Mo è sempre lì, pronto ad ascoltare, anche quando l’equilibrio familiare sembra vacillare di fronte alla perdita di lavoro del padre, all’arrivo di una nuova sorellina, ai silenzi rancorosi della madre. E proprio questo è l’insegnamento che rimane a Corey, anche quando Mo non potrà più esserci: “Qualche volta, non importa quanto desideri qualcosa, la cosa migliore da fare è aspettare, proprio come faceva lui. Aspettare che qualcosa succeda o smetta di succedere, aspettare che le ferite guariscano e le cose vadano meglio, aspettare che qualcuno torni a casa”. Un insegnamento non da poco, “da qualcuno che in fondo è soltanto un cane” (p. 134).

Gabriela Zucchini
(da LiBeR 98)