“Quando ho visto citato il libro Tra i bianchi di scuola: voci per un’educazione accogliente, ho pensato automaticamente a un errore: sarà Tra i banchi di scuola. No, nessun errore: l’autrice, Esperance Akuzwimana, nata in Ruwanda e cresciuta in provincia di Brescia, racconta della scuola italiana multietnica, e delle esperienze di generazioni di studentesse e studenti resi “invisibili”dal fatto di essere di pelle nera in classi di bianchi.”: così Vinicio Ongini scrive nel suo articolo in LiBeR 149, dove propone una breve storia di una nuance ambivalente. Situato ai due estremi della gamma cromatica, infatti, il bianco può essere opaco oppure brillante, significare la somma di tutti i colori o anche la loro assenza, ed essere simbolo di inclusione o discriminazione sociale.
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Temi emergenti (secondario)
Ho passato la notte in bianco!”: l’origine del modo di dire risale al Medioevo, quando i cavalieri, prima della cerimonia di investitura, passavano la notte in preghiera, vestiti di bianco per purificarsi, in attesa del gran giorno. C’è il bianco dell’igiene e del pulito, il bianco dell’ospedale, l’essere neri in una classe di bianchi, l’alzare bandiera bianca, le morti bianche sui luoghi di lavoro. E ancora “hai carta bianca!”, “ho paura della pagina bianca”, il bianco del lutto in alcune culture, i bambini di ghiaccio che congelano le proprie emozioni, le Olimpiadi bianche Milano-Cortina 2026, le indagini di Lega Ambiente sulla neve che non c’è, i ghiacciai che scompaiono e la polar education: sono tanti i significati del bianco, nei modi di dire, nell’immaginario e nelle storie esplorati in questo numero “invernale” di LiBeR, e a volte sono significati ambivalenti. La radice linguistica indoeuropea di bianco significa “essere vivido”, “brillante”,” luminoso” ma bianco significa anche “pallido”, “vuoto”. Il bianco si pone ai due estremi della gamma cromatica, può essere opaco oppure brillante; la lingua latina li distingue, e usa due parole diverse: candidus è il bianco abbagliante, albis è il bianco opaco; può significare sia la somma di tutti i colori che l’assenza dei colori. Come di consueto, accanto ai numerosi interventi di approfondimento sulle declinazioni del nostro tema candido, non mancano bibliografie ragionate, e tanti consigli di lettura per bambini e bambine, ragazzi e ragazze.
Contributi di Vinicio Ongini, Fabio Tullio, Vanda Bonardo, Andrea Nicolussi Golo, Davide Schirò, Manuela Trinci, Giulia Mirandola, Elisa Palazzi, Francesca Brunetti, Alice Bigli; la copertina e le illustrazioni degli interni sono realizzate da Paolo Moretti, che ringraziamo per il prezioso contributo.
“Ho sempre amato tanto la neve, fin da bambina. Il mio luogo dei sogni è sempre stato a nord: il Canada, la Scandinavia, l’Artico, forse perché seppur lontano, è un ambiente familiare, qualcosa di conosciuto, simile a “casa”. Casa per Gloria Rech, classe 1988, è Costa di Folgaria, in Trentino, a 1230 m di altitudine, centro turistico molto frequentato e, d’inverno, uno dei principali punti di accesso al carosello sciistico dell’Alpe Cimbra. Qui Gloria vive e lavora da sempre, la sua famiglia appartiene da generazioni a una dinastia di albergatori. Nell’hotel di famiglia Gloria ha ricavato anche il suo atelier, dove dipinge e dove tiene i suoi laboratori. Alla pittura c’è arrivata tardi, dieci anni fa, a ventisette anni, da autodidatta, lasciando l’Università di Economia e commercio a solo un esame dalla fine, per dedicarsi a ciò che sempre avrebbe sempre voluto. La folgorazione avviene dopo aver visto le opere di Zaria Forman, artista americana conosciuta per i suoi iperrealistici disegni a pastello su larga scala che documentano il cambiamento climatico e i paesaggi polari, utilizzando le dita per creare opere che sembrano fotografie; e poi le grandiose tele iperrealiste del Perito Moreno dipinte da Helmut Ditsch, il pittore austriaco-argentino, autore di dipinti naturalistici monumentali.
È da questo momento che inizia a dipingere, lasciandosi ispirare da quello che ama e che sente più vicino, la neve, le montagne, i ghiacciai da salvaguardare, la questione climatica e ambientale così urgente. Sperimenta olio, acquerello, pastello, china, matita, ma per la neve e i ghiacci sceglie l'olio su carta, le tele vanno dal minuscolo al massiccio anche se preferisce i grandi formati per contenere tutta la maestosità dei ghiacciai e delle montagne che rappresenta. Lavora fino, ricercando volumi e tridimensionalità con il pennello; solo a volte usa la spatola rifacendosi al pittore e fotografo svizzero contemporaneo Conrad Jon Godly. “Vivo in montagna, ho praticato tutti gli sport possibili sulla neve, il pattinaggio, lo sci, lo snowboard; ora sto frequentando il Corso di formazione per diventare maestra di sci. La neve l’ho sempre guardata tanto. L’occhio si allena a osservarne tutti i cambiamenti, anche i più impercettibili. Dipingerla mi dà un senso di benessere, di pace. Metterla su tela è una sensazione, ne sento l’odore, i rumori o il suo silenzio, la temperatura, cerco di trasmettere ciò che provo con tutti i sensi. Forse è per questo che molti si ritrovano nei miei disegni, vedono attraverso il mio sguardo quello che cerco di trasferire sulla tela”.
La sua pittura iperrealista, evocativa e esistenziale insieme, la fa conoscere ben presto. Nel 2018 disegna le illustrazioni ad acquerello del libro Winter: Eine Liebeserklärung, Edel Books (in italiano Inverno. Una dichiarazione d'amore) di Barbara Schaefer, giornalista della Frankfurter Allgemeine Zeitung e viaggiatrice berlinese, dedicato a questa stagione così diversa dalle altre, quando l'acqua intorno a noi ghiaccia nei laghi e nei torrenti, le precipitazioni cadono sotto forma di neve, la luce è obliqua. Il n. 3498 di Topolino, del 7 dicembre 2022 le dedica ben 8 pagine, con il lungo articolo “Arte di...ghiaccio!” firmato da Federico Taddia.
Fonte di ispirazione per Gloria, oltre ai paesaggi dell'Alpe Cimbra, sono le numerose letture in ogni campo dello scibile (su tutti Bianco dello scrittore, giornalista e grande viaggiatore Sylvain Tesson e Il leopardo delle nevi dello statunitense Peter Matthiessen) e i viaggi che compie. In Svezia, dove viene selezionata per una residenza artistica, in Groenlandia, dove va due volte, una delle quali si ferma a Tassilaq, sulla costa orientale dove cime frastagliate si ergono sul mare e fiordi sinuosi pieni di iceberg scintillanti ne modellano il paesaggio e dove dorme nella Casa Rossa di Robert Peroni, atleta estremo altoatesino degli anni '80, primo ad attraversare a piedi la calotta glaciale della Groenlandia nel suo punto più largo. La superficie terrestre della grande isola danese è ricoperta prevalentemente di ghiaccio. E il viaggio di Gloria Rech si intreccia anche con gli animali che abitano queste lande solitarie, tra questi l'orso bianco. E poi ancora nelle isole Svalbard, che visita grazie a un viaggio premio vinto partecipando ad contest artistico. Tutte queste esperienze la mettono in contatto con università, festival e centri di ricerca: il Dipartimento di scienze dell'Università di Vienna, dove i suoi ghiacciai sono esposti nel corso dell'esposizione collettiva “The Arctic in the Anthropocene” (2023) all'interno della Arctic Science Summit Week, il Trento Film Festival per il quale partecipa sempre nel 2023 all'evento Ri-salire Montagne che cambiano, l' Alfred Wegener Institute in Germania dal quale viene invitata nel 2024 a partecipare ad una collettiva allestita a Rauris (Austria) durante la Conferenza Internazionale sulle terre polari, il Festival della Meteorologia di Rovereto (TN) al quale presenta la personale “Il pensiero del cielo” (2023). Collaborazioni che si intensificano nell'anno appena trascorso con le collettive “ICE – a vanishing good” e “Changing Planet: Polare Regionen und Hochgebirge im Anthropozän” organizzate dall’Università di Innsbrück e da Austrian Polar Research, entrambe nel capoluogo tirolese. Mentre vicino a casa, il settecentesco Maso Spilzi di Folgaria, ora centro espositivo circondato dai verdi prati di un campo da golf a 18 buche, la scorsa estate ha accolto la sua ultima personale dal titolo significativo “Memoria bianca. Ai piedi delle ultime divinità”, organizzata dal Comune di Folgaria in collaborazione con APT Alpe Cimbra e il patrocinio del MUSE - Museo delle Scienze di Trento. Protagonisti imponenti ghiacciai ritratti su grandi tele, che nell’Anno Internazionale a loro dedicato (il 2025) invitavano a riflettere sul nostro rapporto con la natura che cambia e con il cambiamento climatico in atto. La pittura, l'arte come sublimazione ed espressione della comprensione del mondo e dei suoi fenomeni, accanto ai dati, ai grafici, alle ricerche di fisici, biologi, climatologi, meteorologi, glaciologi, in dialogo tra di loro, importanti momenti di scambio non solo per Gloria Rech, ma anche per gli scienziati a cui insegna a disegnare, a guardare la realtà con “occhi da artista”.
Rech disegna il ghiaccio e la neve perché ama farlo. Ma studia approfonditamente la neve e i ghiacciai prima di dipingerli, il loro colore, il rumore, il profumo, la proiezione spaziale e l'interazione della luce con la forma. “Il disegno stimola la comprensione perché è lento e perché richiede osservazione e ti impone di porti delle domande su come funzionano le cose e come funzioniamo noi. Il nostro occhio vede delle cose ma fino a quando non le disegni, non le capisci. Il disegno allena il cervello a vedere veramente, soffermarsi sui dettagli. Va a pescare nella memoria”.
Allo stesso modo affronta il candore della neve. “Non uso mai il bianco puro. Il bianco in natura non è realmente bianco, ha mille gradazioni, c'è sempre un colore dentro. Renderlo è una ricerca continua. Ho lavorato molto sull'imparare a “vederlo”, a dargli sempre più spazio. Quando osservi il tuo soggetto, quando lo devi dipingere sulla tela, ti accorgi che per esprimere quel bianco, non basta il pigmento bianco: dentro quella macchia percepita come bianca c'è anche del rosso mazzarino, del giallo cadmio e magari una punta di grigio di Payne. Impari a scegliere se usare il bianco di titanio, che è coprente, o il bianco di zinco, che invece conferisce un effetto di velatura perché il pigmento è leggero”. Decide che tipo di bianco usare in base a ciò che deve fare, per rappresentarne la forma, per definirne il colore. Impara dipingendo, dagli errori, cercando di rispondere a delle domande. “Conoscere la neve da un punto di vista tecnico e scientifico attraverso lo studio e, per esempio, il corso di formazione per Maestri di sci che sto frequentando, mi completa come artista e come persona, mi fa sentire più competente. Mentre sono sugli sci, guardo sempre la neve con il mio occhio da artista, cerco sempre ispirazione. Al contrario le nozioni apprese attraverso la pittura mi aiutano a comporre le mie conoscenze. Ora non disegno solo una cosa che mi piace, ma disegno perché sono più competente. E più ne sono competente, più la disegno. Più la conosco, meglio la posso disegnare per raccontarne tutta la bellezza e al contempo la fragilità”.
(Morena Bertoldi)
Quando accendiamo la tv nel pomeriggio, facciamo penetrare dentro il nostro appartamento tonnellate di De Amicis, tra parenti separati che poi si riuniscono, storie di eroismo, paradigmi di come sono gli italiani: guarda caso i fiorentini sono un po’ artisti, i lombardi hanno lo sguardo lungo, i sardi − come me − sono tamburini, cioè fornitori di poliziotti, carabinieri e quant’altro. Noi ogni giorno abitiamo la nostra letteratura, e i nostri classici sono sostanzialmente libri molto belli: è che soffriamo sempre un po’ di provincialismo, per cui i brutti libri stranieri ci sembrano più belli dei nostri libri fondanti. Pochi libri fondativi sono veramente belli come I promessi sposi. E non lo dico io, ma Edgar Allan Poe, che è il recensore principale del romanzo nell’edizione inglese e americana e che lo definisce un capolavoro, un libro del mistero, un dramma; e non è che non se ne intendesse di queste cose.
I classici ci danno dei contributi linguistici totalmente gratuiti, ci danno la possibilità di ampliare il raggio delle nostre possibilità comunicative, in maniera molto discreta, ed è per questo che durano nel tempo. Una delle grandi differenze che ci sono tra un libro attuale e un classico è che il libro attuale è costruito per il lettore che ha in quel momento, e può essere anche un enorme successo, ma non è detto che poi resista ad altri lettori. I promessi sposi, ma potrei dire anche il Decamerone, sono libri che hanno resistito a lettori diversissimi tra loro perché insistevano su punti totalmente basilari. Il classico non si occupa mai dell’orpello, si occupa quasi sempre della sostanza e la sostanza delle storie è semplicissima: Antoine Berman, studioso francese, diceva che in fondo le storie che noi scriviamo sono due: la prima è che A e B vorrebbero sposarsi e non ci riescono, e la seconda è che il signor C vorrebbe tornare a casa e non ce la fa. Berman dice che, a essere profondamente pignoli, ogni romanzo racconta una sola storia: cioè la difficoltà di raggiungere un obiettivo. Se l’obiettivo si raggiunge facilmente non abbiamo un romanzo, ma un avvenimento: e a noi interessa che il raggiungimento di questo obiettivo sia spiraloide, che è proprio ciò che ha fatto Alessandro Manzoni. È venuto il momento di rivolgergli qualche domanda.
Quando ha scritto I promessi sposi, aveva in mente di scrivere un classico?
Si. Avevo in mente proprio questo. Non esiste infatti nessun classico che sia scaturito per caso: la storia dell’umanità ha prodotto classici progettati per essere tali. Dante si è seduto con la precisa intenzione di progettare un classico, in maniera direi quasi ingegneristica. Voleva dare vita a un prodotto che avesse tutte le caratteristiche di un prodotto classico, che racchiudesse tutto il sapere dei suoi tempi ma che contemporaneamente inventasse un linguaggio per quel sapere, che trattasse di argomenti sostanziali. Paolo e Francesca vorrebbero stare insieme ma non ci riescono, e Dante stesso è una specie di signor C che vorrebbe andare in un posto e ci arriva con un percorso.
Tutto il viaggio de La divina commedia è in fondo un’altra versione dell’Odissea, tutti i personaggi in cammino sono sempre versioni dell’Odissea.
Scusi, Alessandro, come l’ha progettato questo classico?
Copiando. I classici si fanno copiando i classici. A voi toscani [l’intervista si è svolta a Campi Bisenzio il 22 ottobre scorso, N.d.R.] questa cosa non dovrebbe essere spiegata in nulla, perché vivete in una specie di luna park dal punto di vista dei punti di riferimento. Quando si dice che i classici si fanno copiando i classici stiamo praticamente raccontando la storia del giovane Michelangelo: un ragazzo dotato dal punto di vista del disegno, che tuttavia venne mandato a Volterra, dove gli venne fatto fare un lungo apprendistato, in cui doveva copiare un sacco di cose. La stessa cosa è accaduta anche a Leonardo da Vinci, e a tutti gli artisti che oggi in Italia i ragazzi hanno a disposizione, a differenza del resto dell’umanità. Questo vorrei dire ai ragazzi di oggi: avete a che fare con una condizione umana che il resto dell’umanità si sogna! Siete un’élite universale: i vostri colleghi di Seattle, che invidiate tanto, vanno in giro per la città e la cosa più antica che hanno è un ufficio postale del 1920!
Quali sono i nuclei narrativi fondamentali attorno ai quali ruota la storia de I promessi sposi?
Dentro a I promessi sposi, di fatto, troviamo le tre “gambe” su cui si appoggia la comunicazione letteraria mondiale: la prima è la donna rapita, l’origine di tutti i mali, secondo i greci. Il rapimento di Lucia avviene in un contesto assolutamente frivolo, perché il generatore di tutto questo meccanismo è il personaggio più stupido di tutti I promessi sposi, il conte Attilio, una specie di Enzo Miccio … avete presente quello che organizza matrimoni in tv? Attilio è Miccio che va a visitare suo cugino in campagna e Don Rodrigo, che per i suoi vicini è il massimo della nobiltà, agli occhi di Attilio-Miccio è un buzzurro qualunque. Attilio dice “ma che diamine! noi a Milano siamo soliti rapire le giovinette, come, voi non le rapite? Dovete essere à-la-page, perciò suvvia, rapitene una!”. Così come Lucia viene rapita, proprio come Elena nell’Iliade, il giovane Renzo è costretto a vagare tra la bergamasca e il milanese, prende botte da tutti, vive varie avventure esattamente come Ulisse, e la sua Odissea si conclude nel lazzaretto, nella scena finale con la pioggia che scende sulla peste. Quella peste raccontata anche dal Decamerone, una specie di strano romanzo di fantascienza, dove dieci giovani sono incapsulati dentro a un’astronave, mentre fuori c’è la guerra atomica, e sopravvivono perché si raccontano storie a vicenda, le storie del loro luogo (che poi è esattamente il vostro, cari studenti di Campi Bisenzio). La terza gamba de I promessi sposi è proprio la peste.
La donna rapita, l’uomo che vaga e la peste sono i sistemi attraverso i quali tutta l’umanità ha raccontato tutte le storie raccontabili. Non esiste una storia che non sia dentro a questo sistema. Non solo, aggiungo che, modestamente, ho costruito di fatto il romanzo fondante più europeo, perché non avevo una nazione di riferimento, sono un rampollo di buonissima famiglia, parlo varie lingue, ho potuto leggere libri che non erano accessibili alla maggior parte delle persone, per cui dentro a I promessi sposi, incredibilmente, potete trovare Pamela di Samuel Richardson, Tristam Shandy di Laurence Sterne, Tom Jones di Henry Fielding, Il monaco di Matthew Gregory Lewis, Le relazioni pericolose di Choderloi de Laclois.
C’è persino De Sade, con il romanzo gotico: il punto in cui Lucia viene trasferita dentro il castello dell’Innominato è il più imponente pezzo di letteratura gotica che l’Italia abbia mai prodotto. Bisogna aspettare Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati prima di avere di nuovo l’atmosfera atroce che c’è in quel castello. Per forza piaceva a Edgar Allan Poe! Basta fare le domande giuste e i romanzi improvvisamente si squadernano, diventano altra cosa. Pensate a quanta bibliografia può generare un libro fondante come I promessi sposi: è necessario leggerlo anche solo per la biblioteca che produce. È giusto che questo romanzo non piaccia subito ai ragazzi, ma è il sistema attraverso il quale capiranno la differenza tra istruirsi e intrattenersi. È questo il senso del classico, che investe nel rilascio lento, non gli interessa essere amato al momento. Quello che vuole un classico è che quando il lettore diventerà padre dirà “accipicchia, a scuola questo libro non lo sopportavo, e adesso è sorprendentemente bello”. Ma come possono i ragazzi di oggi sentirsi più vicini a I promessi sposi?
Pensiamo all’età di Renzo e Lucia. Renzo ha quasi diciannove anni e Lucia ne ha quasi sedici. I loro discorsi riguardano sempre il “consumare” o meno. Renzo continua a invocare che finiscano a letto insieme e Lucia continua a rispondere “dopo sposati”! C’è una linea ormonale, erotica, dentro a I promessi sposi che genera meccanismi non molto diversi da ciò che succede oggi. Si tratta del meccanismo immortale dei rapporti umani, soprattutto tra ragazzi che hanno quell’età. I promessi sposi non sono lontani dai ragazzi, e loro possono cominciare a interpretarli partendo dalla propria esperienza. D’altronde oggi le cose non sono poi così cambiate, c’è una certa presunzione di liberalità ma in realtà le ragazze ci fanno ancora soffrire: lo fanno già dal Seicento!
Lucia è una ragazza deliziosamente precisa sul possesso di sé, non è una sciocca, è consapevole del proprio corpo. È troppo facile liquidare il suo personaggio all’ombra del bigottismo. Quando Lucia viene rapita da Don Rodrigo, si aspetta di essere abusata: era l’uso comune nei rapporti sociali tra il nobile e la popolana, c’era ancora lo ius primae noctis. Lo stupro in realtà non avverrà, perché Attilio e Don Rodrigo consegneranno Lucia a un cattivo peggiore, l’Innominato, e quando tutto sembra perduto, Lucia farà un voto per la sua sopravvivenza, quello di rimanere casta. Ma a sorpresa, un po’ come in Cliffhanger, l’Innominato si convertirà, e lei, a dispetto di tutto, sarà salva: è uno dei rovesciamenti più importanti della letteratura italiana.
Perché I promessi sposi è un romanzo stabile, che non pende, non traballa mai?
Perché ho costruito tutti i personaggi con un doppio speculare, sempre. Attilio ha un personaggio speculare che è il cugino di Renzo, Bortolo, una specie di piccolo imprenditore lombardo. Bortolo si occupa di Renzo solo perché ha le competenze che gli servono per dare vita a una piccola azienda. Lucia stessa ha uno specchio, che è la monaca di Monza. La monaca altri non è che Lucia, una volta che si è concessa. La monaca di Monza e Lucia sono due donne a confronto, che hanno comprensione e patiscono l’una per l’altra. Tra loro c’è un’empatia fortissima, incredibile, come tra Donna Prassede e il cardinal Federigo. Lui potrebbe essere un po’ come Bergoglio in questo momento, il rappresentante di un cattolicesimo empatico, popolare, mentre l’altra è terribilmente intransigente ed estremista, e dice a Lucia che il suo voto di verginità è fondante e importantissimo. Dopo la conversione dell’Innominato, Lucia dirà a Renzo di cercarsi un’altra moglie, perché lei è legata al voto, a una promessa. E, badate bene, tenere fede a una promessa non significa certo essere stupidi. Quando Renzo riceve la lettera di addio di Lucia impazzisce, decide che vuole morire in guerra. Lì interviene il cugino Bortolo, che lo convince a insistere con la ragazza perché in realtà vuole salvare la piccola impresa che ha con Renzo. Finalmente i due giovani si incontrano nel lazzaretto, dove ho innestato l’ultima fase di questo meccanismo sul classico: il deus ex machina. Ecco quindi che entra in scena padre Cristoforo, e avviene uno scambio teologico reale: lui dice a Lucia che il suo voto si esprimerà con la costruzione di una famiglia, non con la rinuncia a essa. Poco dopo lo scioglimento del voto, in una delle ellissi più violente della storia della letteratura italiana, i due hanno già una prima figlia, Maria è già nata.
Quando noi leggiamo un classico dobbiamo avere la possibilità di “strattonarlo” in questo modo e lui deve resistere allo strattonamento. Un classico deve superare il crash test. Penso alla recita scolastica, in cui una classe di bambini di sei anni deve fare un pezzo dell’Aida o di Mozart con i piccoli flauti dolci: per male che siano suonati quei pezzi restano comunque deliziosi. Perché?
Perché sono classici. Perché Mozart non si può distruggere, comunque tu lo faccia è lui, e non c’è niente di più meraviglioso di un bambino che suona male Mozart. Il classico è la petite robe noir, il tubino nero, l’abitino che le signore hanno in serbo, quello che supera le mode, che non è esattamente l’abito di moda di quell’anno, ma è sempre perfetto. Nel guardaroba maschile la camicia bianca è un classico: è un indumento su cui devi mettere altre cose.
In uno degli ultimi passi de I promessi sposi Renzo li racconta dal suo punto di vista. Si dipinge come l’eroe di tutta la storia e Lucia lei alza la mano e dice “e io?”. È sbagliata l’idea di Lucia appiattita sul destino, sul mondo. Lei chiede al marito qual è il problema? Forse che ho tenuto fede al fatto che io e te avevamo un patto? Qual era l’alternativa al non tenere fede? Quella di darsi a qualcuno, certamente. La verginità di Lucia è una questione enorme dentro a I promessi sposi. Ed è una questione letteraria, tecnica, biologica, teologica. È la capacità che ha Lucia di governare se stessa, la propria persona, la propria virtù, e questa capacità certamente io l’ho desunta da Jane Austen, da tutto il romanzo anglosassone, dove per la prima volta le eroine avevano voce in capitolo, mentre nella nostra letteratura non era mai successo.
Io, lo ammetto, sono un appassionato di Lucia. Adoro anche Renzo, perché è un fanfarone. Amo molto i suoi due momenti di grandissima commozione, altissimi: il primo è quando i monatti portano via la piccola Cecilia, il secondo è quando ritorna a casa sua e dà uno sguardo all’orto, alla vigna, e lo trova completamente distrutto, e pensa che la Storia è crudele, perché passa addosso a quello che fai in maniera non più emendabile. Proprio pensando a Cecilia, che mi ricorda tanto la bambina con il vestito rosso del film Schindler’s list vorrei chiudere con un’ultima domanda che rivolgo sia a Manzoni che a voi lettori. Secondo voi, Steven Spielberg ha mai letto I promessi sposi?
Marcello Fois, "Renzo, Lucia ed io", in LiBeR 121, Gennaio-Marzo 2019.
Attraverso alcuni titoli che abbiamo individuato in questa ottica di attenzione alla storia, relativamente recente, della produzione editoriale vorremmo proporre un rapido excursus attraverso quelli che secondo il nostro gruppo di lavoro sono stati i temi emergenti significativi per le pubblicazioni rivolte a bambini e ragazzi nel corso del 2025.
Partiamo da un'opera come Sulle tracce di Gary Pausen (Camelozampa, 2024) già apparso come La cerva bianca, (Mondadori, 1994) che risale agli anni Ottanta (Tracker, 1984), ma offre ai giovani lettori di oggi la possibilità di riflettere, attraverso l’esperienza di un coetaneo alla sua prima uscita per la caccia, sul rapporto fra l’uomo e la natura, sul rispetto per la vita, sulla sacralità del bosco.
E’ un tema, quello della salvaguardia ambientale, del rapporto uomo-natura e dell’ ecosostenibilità, al quale abbiamo dedicato, dal 2022, i numeri invernali della rivista e un progetto specifico, “Lo scaffale verde”, che ha coinvolto le biblioteche della Regione Toscana. Abbiamo trovato interessanti, in particolare, i libri che intrecciano in forma divulgativa il racconto con l’illustrazione, come per esempio Stardust di Hannah Arnesen (Orecchio acerbo, 2024), Al lago al lago! di Alterales (Hopi, 2024) e Facciamo presente: istruzioni d’artista per cambiare il futuro di Francesco Spampinato e Irene Rinaldi (Topipittori, 2025).
Un altro tema che abbiamo scelto di approfondire sulle nostre pagine è quello della multicultura e del plurilinguismo: la presenza in Italia di bambini e ragazzi che hanno origini familiari in altri paesi è un dato ampiamente diffuso e l’editoria ha risposto in passato e sta rispondendo oggi con un’interessante produzione narrativa che vede l’incontro-scontro con l’Altro al centro di vicende spesso tormentate ma anche fortemente basate sull’esperienza di “tanti costretti a travalicare confini, fisici e ideali” come scrive Gabriela Zucchini su LiBeR 146. E proprio la ricerca del proprio posto nel mondo è al centro di un altro romanzo ripubblicato in tempi recenti come I Tillerman di Cinthia Voigt (Il Barbagianni, 2024) già uscito come Voglio tornare a casa (Bompiani, 1994, poi Sansoni, 1999).
Stringendo, nello specifico, sul tema dei migranti e del loro bagaglio di Storia e storie si nota, nella produzione contemporanea, una presenza significativa anche di albi illustrati dedicati ai lettori più piccoli, capaci di suscitare domande, ideali per una lettura condivisa, come Origine di Nat Cardozo (L’ippocampo, 2024), La cosa più preziosa di Victor D.O. Santos (Terre di Mezzo) e di illustrati dedicati ai lettori adolescenti che raccontano anche i retroscena più lontani come Voi di Armin Greder (Orecchio acerbo, 2024).
Concludiamo con il tema che è al centro di LiBeR 147, quello delle relazioni affettive, sessuali e del consenso: argomenti che ritroviamo spesso al centro del dibattito pubblico sul mondo giovanile, e sempre a rischio di affermazioni e giudizi superficiali. I libri usciti su questi temi sono numerosi e ampiamente diversificati stilisticamente, ma riteniamo significativo il modo con cui i legami sentimentali e le esperienze sessuali sono stati trattati nella narrativa rivolta agli adolescenti, come in Felice abbastanza (Camelozampa, 2025) e in Se dico no di Sabina Colloredo (Einaudi Ragazzi, 2024), attenta anche a raccontare la violenza e il senso del possesso, e ai cosiddetti lettori e lettrici Young Adult, con narrazioni complesse, talvolta poderose per numero di pagine, eppure molto efficaci nel descrivere quali siano i limiti da rispettare, le soglie da varcare, fino ad arrivare alle amicizie o agli amori che si rivelano salvifici in una società ancora caratterizzata da forti stereotipi e pregiudizi, come in La notte che ci gira intorno di Francesca Zoppei (Il Castoro, 2024) o La ragazza da odiare di Lee KKoch-Nim (La Nuova Frontiera, 2025).
Ci piace in conclusione ricordare, a proposito di rotture di schemi e proposte apparentemente spiazzanti in tema di relazioni familiari, la ripubblicazione, a tremtainque anni dalla prima uscita in Svezia, dell'albo di esordio di Pija Lindenbaum Else Marie e i suoi piccoli papà (Il barbagianni, 2025 che già lo aveva pubblicato nel 2018 come Else Marie e i suoi sette piccoli papà). La piccola Else Marie vive con la mamma e sette piccoli e affettuosi papà, la cui altezza è inferiore a quella dei bambini: a mettere in crisi la bimba è la possibilità di un incontro dei papà con la sua insegnante e i compagni di scuola, ma la forza dell'albo sta anche nella rappresnetazione di una quotidianità molto serena a dispetto dell'inedita composizione familiare.
Errata corrige: nell'edizione cartacea di LiBeR 148 è riportato per errore Salani come primo editore di Contare le stelle, mentre è Mondadori ad aver pubblicato il libro per la prima volta, nel 2002. Ci scusiamo con lettori e lettrici per il refuso, che abbiamo provveduto a correggere in questa edizione digitale del Rapporto LiBeR 2025.
Federica Mantellassi e Ilaria Tagliaferri
i “Una raccolta di documenti, sia pure selezionati con criteri determinati, non costituisce una biblioteca [ma anche archivio o museo] in assenza di un linguaggio che la metta in relazione con i lettori”: M. Guerrini in Catalogazione, Roma, Associazione italiana biblioteche, 1999).
Su LiBeR 148 - Aule d'aria Antonella Capetti riflette sull'uso degli abi illustrati in classe, proponendo idee e suggerimenti. "Leggere ad alta voce – in particolare albi illustrati o, come da Sergio Ruzzier ho imparato a chiamarli, libri a figure – regala a bambine e bambini la possibilità di immergersi nelle parole come nelle immagini, che costituiscono uno strumento privilegiato di conoscenza di sé stessi, degli altri e del mondo. Questa pratica, sperimentata a partire dalla scuola dell’infanzia ed esplorata fin dai miei primi anni alla scuola primaria, è divenuta sempre più necessaria per avvicinare bambine e bambini ai libri e alla lettura. La relazione che si crea durante la lettura ad alta voce da parte di un adulto con le bambine e i bambini di cui si prende cura favorisce l’attenzione, la concentrazione, la possibilità di comprensione profonda: bambine e bambini, infatti, sollevati dall’impegno della lettura autonoma (che per qualcuno - lo sappiamo - può essere davvero faticosa), possono cogliere ogni più piccolo particolare letto o osservato nelle immagini che contribuiscono a costruire la narrazione, condividendo con compagne e compagni riflessioni che concorrono all’interpretazione più ricca, profonda e spesso non univoca dell’albo".
