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Temi emergenti (secondario)

Il diritto al groviglio

Il diritto al groviglio

Ci sono ragazzi che si fanno i grattini durante l’intervallo. Uno passa le dita sulla schiena di un altro, senza che ci sia necessariamente amore, flirt, seduzione. Un gesto quasi animale, antico, spulciarsi, tenersi, riconoscersi con le mani. Christian Raimo che insegna alle superiori lo chiama «un grooming generazionale». E vi legge un’urgenza semplice e radicale, il bisogno di un po’ di tenerezza. Dovremmo partire da qui. Non dalle emozioni come nuova competenza da insegnare, non dall’ennesimo alfabeto sentimentale da imparare, non dall’idea che bambine e bambini, ragazzi e ragazze debbano diventare capaci di autoregolarsi, reagire, stare bene. Partire, piuttosto, dalla loro richiesta di essere accuditi. Dalla necessità che qualcuno si accorga che hai fame, che non fai colazione, che non dormi abbastanza, che sei arrabbiato, che hai paura, che oggi non ce la fai. La tenerezza non è una faccenda privata, è una postura sociale. Ci chiede di interrogarci sul modo in cui abitiamo noi stessi e incontriamo gli altri.

Per crescere servono adulti capaci di cura, ma anche condizioni che la rendano possibile: una scuola che non sia soltanto voto, registro, programma, disciplina. Una scuola che chiami alunne e alunni per nome, prima di catalogarli per provenienza, fragilità, difficoltà; prima di decidere quanto lontano potranno arrivare.

Una biblioteca che sia luogo di incontro e riparo urbano ad accesso libero; educatori sostenuti e formati; tempo lento per guardare un bambino e capire, prima ancora di chiedergli che cosa ha fatto. Raimo entra in classe e domanda ai suoi studenti: «Mangiare e dormire, come va?». Una domanda elementare, e proprio per questo radicale. Prima delle prestazioni viene la persona. Prima dell’autonomia viene la fiducia. Prima del conflitto, l’attenzione. Le pagine di questo numero di LiBer ci chiedono di guardare le emozioni da questa parte, non come ostacoli da rimuovere, ma come segnali da ascoltare, materia viva della crescita. Filippo Mittino definisce la paura un’emozione-sonda, capace di scandagliare il nostro animo e mettere in luce fragilità e limiti. Crescere significa attraversare l’ignoto, e nessuno lo fa senza tremare almeno un po’ o senza aver bisogno di una guida che tenda una mano. Bisogna poter dire di avere paura.

Luisa Mattia, nel suo contributo, racconta di un bambino che si definisce vigliacco e che, quando ha paura, cerca il padre. È proprio nel potersi dire impaurito, senza vergogna, che Mattia riconosce un gesto di coraggio. E nelle parole dei bambini c’è spesso già molto di ciò che cerchiamo di insegnare, «Le parole dell’amore sono calme», scrive una bambina. Hanno parole, immagini, storie, hanno un mondo intero, come suggerisce il titolo dell’intervista di Giusi Marchetta all’illustratrice e autrice spagnola, Anna Llenas. Il nostro compito di adulti è offrire luoghi perché quel mondo possa prendere forma. Un albo, un disegno, un colore, una pagina. Maura Anfossi ricorda che il colore può dare forma a ciò che ancora non sappiamo dire. Anna Llenas ci invita a distinguere l’emozione dal comportamento, la rabbia può segnalare un limite, la tristezza una perdita, la paura un pericolo. Un bambino può essere arrabbiato senza essere cattivo, avere paura senza essere debole. Giacomo Keison Bevilacqua, invece, ci porta dentro i pensieri di un tredicenne che ancora non sa nominare e gestire la propria rabbia. Musica, fumetti, disegno, bicicletta e amicizia diventano modi per attraversarla. Ma imparare che un pensiero è solo un pensiero, che un’emozione non coincide necessariamente con un’azione, non dovrebbe essere lasciato al caso. Dovremmo accompagnare questo processo di consapevolezza del bambino e adolescente. È qui che entra in gioco la responsabilità degli adulti, non eliminare la paura, non spegnere la rabbia, non trasformare ogni tristezza in un problema da risolvere. Stare, esserci. Dare un nome a ciò che accade, dare tempo, parole, un limite quando serve e un abbraccio silente quando è necessario. E costruire, insieme, gli strumenti perché bambini, bambine, ragazze e ragazzi possano, un giorno, fare da soli ciò che all’inizio abbiamo imparato a fare con loro. È forse questo il senso più profondo dell’educazione emotiva, non crescere bambini sempre regolati, felici, capaci di stare bene, ma persone in grado di riconoscere ciò che accade dentro di loro e di chiedere aiuto quando non riescono a farcela. Anche per questo abbiamo i libri, gli albi che danno una tinta allo spavento e una forma al dolore; le storie che permettono di parlare di sé senza essere costretti a farlo direttamente; la scrittura che trasforma un groviglio in una frase. E abbiamo le biblioteche, luoghi in cui trovare parole quando le nostre non bastano, e la scuola, che può essere il posto in cui qualcuno si accorge che oggi sei diverso dal solito, che sei silenzioso, che hai gli occhi stanchi. E ti chiama per nome. Strumenti culturali, ma anche strumenti di cura.

E la cura è un diritto collettivo, è il diritto a essere ascoltati prima di essere valutati, a sbagliare senza essere immediatamente definiti dall’errore, ad avere paura, a essere arrabbiati, tristi, innamorati, felici. Il diritto a non sapere ancora che cosa ci sta succedendo, ma viverlo e basta.

Il diritto, soprattutto, al groviglio. Perché crescere non significa diventare limpidi, lineari, impermeabili. Significa imparare lentamente ad abitare la propria complessità. E per farlo abbiamo bisogno, almeno all’inizio, di qualcuno che non abbia timore delle nostre emozioni. Qualcuno che resti.

Sandra Gesualdi

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Istruzioni per un’altra vita

“Quando ricevetti le prime royalties del romanzo di Ulysses Moore, che diede il via, ormai vent’anni fa, a una serie di libri che svoltarono economicamente la mia carriera, li investii tutti nell’acquisto di una collana di libri che fino a quel punto avevo solo sognato di poter collezionare: le Guide impossibili curate da Gianni Guadalupi e pubblicate da Franco Maria Ricci […]”, da questo ricordo molto personale, Pierdomenico Baccalario, in LiBeR 150, ci racconta di come libri, incontri e mondi immaginari possano cambiare il modo di viaggiare e di come anche i luoghi inventati possano dirci la verità. 

Pierdomenico Baccalario in LiBeR 150

Una mappa non esiste
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Una mappa non esiste

“Non è stato sempre così. All’inizio si racconta che gli uomini non andavano in giro. Non viaggiavano come tu viaggi. Rimanevano fissi alla terra. Se ne stavano per ogni dove allo stesso tempo e tutti erano bambini ed erano nutriti dalle api, dalle capre e dalle colombe come i poeti raccontavano di Zeus. Poi le città si sono fatte grandi, belle e spaventose.”: questo scrive Giuseppe Nibali, scrittore e poeta, nel primo de I racconti inediti di LiBeR contenuto in LiBeR 150; il viaggio è un salto nella storia, è l’inizio della vita, è il primo passo sulla Terra.

Giuseppe Nibali in LiBeR 150

TuttaNatura. Piccole note di viaggio
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TuttaNatura. Piccole note di viaggio

“Da ragazzi la natura piace, ovviamente gli interessi vengono catturati più dalle città, dai negozi, dai locali, dalla gente, dalla musica, e dalle possibilità di conoscere, incontrare e innamorarsi. Ma in taluni stati d’animo la natura ha un suo fascino, può richiamare attenzione.”: Tiziano Fratus in LiBeR 150 ci racconta del potere della natura che si rivela attraverso la propria meravigliosa quiete, tra parchi, montagne e foreste millenarie.

Tiziano Fratus in LiBeR 150

Il mancato viaggio dell’eroe fragile
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Il mancato viaggio dell’eroe fragile

“Capisco che all’inizio di ogni viaggio degno di questo nome si ritrovano due tipi di coraggio: quello di chi parte e quello di chi lascia partire chi ama. Quest’ultimo, il lasciare andare, è anche una delle forme d’amore più grandi che si possano dimostrare: lasciare andare un figlio, una donna o un uomo che si è amato, per permettere loro di intraprendere il loro viaggio lontano da noi.”, questo racconta Fabrizio Silei in LiBeR 150, parlando di Dario, che a diciannove anni ha attraversato l’Africa in bicicletta, e di sua madre che l’ha fatto partire, sviluppando già da questo la considerazione che anche la lettura debba mettere i giovani davanti alla vertigine della vita.

Fabrizio Silei in LiBeR 150

Ritratto non autorizzato del signor U.
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Ritratto non autorizzato del signor U.

“Chiuderà un’epoca, Ulisse, quella degli dèi e degli eroi. Dopo di lui, inizia la vita senza eroi, la Storia. Ulisse è già con un piede nel nuovo mondo, quello in cui si cantano le gesta degli antichi eroi scomparsi.”: questo scrive Francesco Niccolini nel suo contributo in LiBeR 150, sostenendo che a Ulisse si riconosca l’autorità di essere il primo grande narratore di storie perché è l’uomo che ha viaggiato, che quelle avventure ha vissuto in prima persona.

Francesco Niccolini in LiBeR 150

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