Sotto il cielo di Buenos Aires
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Sotto il cielo di Buenos Aires

Sotto il cielo di Buenos Aires
Daniela Palumbo
Mondadori, 2013, p. 250,
(Contemporanea)
€ 15,00; Età: dagli 11 anni

Daniela Palumbo è l’autrice di Le valigie di Auschwitz (Piemme, 2011). Il tema affrontato dalla scrittrice, in questo nuovo romanzo, riguarda un altro doloroso capitolo della storia del Novecento. Il dramma che interessò l’Argentina negli anni della dittatura Videla. Ancora un ricordo per i “desaparecidos”: 30.000 uomini e donne strappati all’oblio del loro martirio dalle Madri di Plaza de Mayo, e circa 500 bambini “rubati”, ricercati dalle nonne di Plaza de Mayo, consegnati alla inorridita consapevolezza del mondo.
La tragedia dell’Argentina confluisce nel romanzo incanalandosi lungo alcune direttrici della storia del secondo Novecento, per dare vita e fisionomia a una vicenda emblematica. La radice è italiana. Abruzzo 1952, dopoguerra di fame. Una famiglia contadina, padre, madre, figlia quasi adolescente, asservita ai signori del posto, attende la “chiamata”. Vuole emigrare, come tanti in quegli anni. L’Argentina è “Lamerica”, la terra promessa dai parenti che l’hanno raggiunta.
Partono i bastimenti e parte la famiglia. Il rimpianto per la terra che s’allontana, per gli affetti lasciati, la nostalgia che stringe la gola sono affidati a una indimenticabile interprete. Ines, la ragazzina. Che “non smette di pensare, è voce fuori dal coro, è peso che inclina il piano”. Ines, il personaggio quasi sbocciato dalla appassionata esortazione di Bertrand Russell agli uomini, posta in epigrafe.
È lei che guida il lettore. Nella Buenos Aires dei primi faticosi anni dell’adattamento e in quelli successivi della giovinezza, degli studi, dell’amicizia, dell’impegno umano e politico a favore dei deboli, condiviso con gente come lei. E come Felipe. Con il quale Ines mette su famiglia. Questa bella gioventù, seguace inconsapevole di quel Bertrand Russell che la sprona in epigrafe, non s’accorda con la dittatura, non piace al regime. E noi sappiamo come finirà. Nelle vicende successive il romanzo, che regge bene la storia di Ines, dotandola di una sua propria grazia narrativa, stenta a ritrovare quella stessa felicità. Il personaggio di Ines, che condiziona lo sviluppo della vicenda, è un “personaggio capostipite” di cui difficilmente si ripeteranno i caratteri. Inoltre, la trama del romanzo che si complica oltremisura e l’intreccio fitto (genealogie, nomi usurpati, vite rubate, agnizioni) non favoriscono certo l’attesa di una buona tenuta.

Rosella Picech
(da LiBeR 99)