Un antico paese, coltivato a ulivi, e a sassi. Casa di un popolo antico. Un giorno arrivano gli stranieri. Di quella terra -abitata dai padri dei loro padri- rivendicano l’eredità. Cacciati e sparsi in tutto il mondo, oppressi e perseguitati per secoli, dopo aver tanto sofferto hanno deciso di ritornare. E, anno dopo anno, tornano sempre più numerosi. Un unico paese per due popoli. Una guerra che li sfianca, e che impedisce loro di vedere i tratti comuni. E poi un muro che li divide. Fino a quando? Una terra promessa –a chi? quando?- nelle immagini in bianco e nero, appena sfumate di colore, tracciate con un segno espressionista forte e asciutto non meno essenziale del testo, altrettanto spoglio e conciso. Senza retorica né moralismo –come già ne L’isola, storia di ordinaria intolleranza e xenofobia, o nel protettivo e soffocante amore materno de La città- Armin Greder pone ciascuno davanti alla realtà, chiedendo di non distogliere lo sguardo, di affrontarla a viso aperto.
Un libro per tutti coloro che pensano che si è liberi solo se anche gli altri lo sono.
Armin Greder “Sono nato nel 1942 in Svizzera, in una piccola città in cui i nomi delle strade sono scritti in tedesco e in francese, e dove non sai quale delle due lingue usare per rivolgerti a chi sta dietro al bancone del negozio. A scuola la mia materia preferita era educazione artistica, fino a quando non hanno cominciato a dirmi come dovevo disegnare. Al secondo posto c’era ginnastica, perché eri autorizzato a gridare giocando a pallone. A scuola nessuno mi ha insegnato a scrivere, ma solo come detestare la grammatica. E la poesia era qualcosa quasi senza senso, di solito era lunga e da imparare a memoria. Solo più tardi, quando ho disimparato abbastanza, ho capito che la lingua non è il suono che fai quando parli, ma qualcosa che rende tangibili i tuoi pensieri. Qualcuno scrive pensando ai lettori che immagina leggeranno il suo libro. Io preferisco scrivere pensando alla storia che deve essere raccontata. A chi si rivolga il libro e a quale fascia d’età è destinato, lascio che lo decida l’editore, e, soprattutto, i lettori. Forse questo è il motivo per cui mi ritrovo a illustrare più libri scritti da altri che non da me. Preferisco lavorare di giorno. La luce è migliore. Sono contro la monocultura. Nelle piante genera infestazioni di insetti, nelle persone genera ignoranza. Quanto più sventolano le bandiere, tanto più temo il patriottismo, perché non è troppo lontano dal nazionalismo. Non ho né un cane, né un gatto. Non ci sono topolini nella mia casa e sono convinto che il miglior amico dell’uomo non sia un cane
ma un altro essere umano. Non fumo e preferisco le verdure alla carne, e il vino bianco al rosso.”
Armin Greder è fumettista, graphic designer e illustratore. È emigrato in Australia nel 1971, dove ha insegnato design e illustrazione al Queensland College of Art. Ora vive in Perù. Al suo lavoro sono state dedicate numerose mostre personali e collettive dalla Germania fino al Giappone. Nel 1996, ha ricevuto il Bologna Ragazzi Award e l’ IBBY Honour List con The Great Bear di Libby Gleeson (Scholastic Press). Con Libby Gleeson ha pubblicato anche: Big dog (1991), Sleep time (1993), The princess and the perfect dish (1995)
e An ordinary day (2001). Thie Insel (L’isola orecchio acerbo, 2008) pubblicato da Sauerlander nel 2002, è il libro di cui per la prima volta è anche autore dei testi. È tradotto in moltissime lingue e ha ricevuto premi in tutto il mondo, fra cui il Goldener Apfel/Golden alla Biennale di Illustrazione di Bratislava del 2003. Nel catalogo di orecchio acerbo anche La città, il suo secondo libro come autore unico, uscito in anteprima internazionale in Italia nel 2009.
Informazioni: Orecchio acerbo editore, viale Aurelio Saffi 54, 00152 Roma, tel. 0039.065811861, cell. 0039.3387115534, www.orecchioacerbo.com
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Gli stranieri di Armin Greder
In libreria dal 20 giugno per Orecchio Acerbo
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