Un albo delicato e potente. Ji Hyeon Lee torna ad affascinarci con i suoi pastelli dai colori tenui e sognanti con Non sono una fata. Una negazione del fiabesco, dimensione cara all’autrice, che qui denuncia un tema dimenticato, ma attualissimo: il lavoro minorile nelle multinazionali della moda. Il rimando alla figura della fata è utilizzato per sottolineare il tragico contrasto tra il diritto all’infanzia da fiaba che tutti i bambini meriterebbero e la situazione descritta: i bambini sfruttati nel mercato della moda sono invisibili, ma esistono eccome. Il formato del libro è quello rettangolare con doppie pagine che l’autrice utilizza abitualmente nei suoi albi e si può dire che sia molto vicino al silent book: Hyeon Lee usa davvero poco testo ed è il piccolo protagonista a rivolgersi direttamente ai lettori, il che rende il dialogo molto più tagliente e d’impatto. Sin alla prima pagina siamo di fronte a una vasta e candida pianta di cotone, con boccioli pronti per essere raccolti da mani piccole e veloci. Come si legge nella quarta di copertina: “Nella raccolta del cotone, i datori di lavoro preferiscono assumere bambine e bambini perché hanno le dita più piccole e non danneggiano il raccolto. Queste lavoratrici e questi lavoratori non hanno voce. Diventano così un facile bersaglio”. “Le persone non riescono a vedermi. Ma io ci sono” esordisce il protagonista, che riusciamo a distinguere solo dopo diverse pagine tra le altre piccole figure che affollano la pianta: ogni pagina l’inquadratura zooma sempre più fino alle mani piccole e operose del bambino, fasciate perché rovinate dal duro lavoro. Le “fate” sono tante, tantissime e tutte piegate a raccogliere il cotone senza sosta, i volti stanchi, silenziosi. Raccolgono i fiocchi, li mettono nei sacchi e li portano alla montagna del cotone. Lì inizia il lavoro di filatura, tintura e asciugatura, finche la stoffa non è pronta. Comincia così la terza fase del lavoro, la confezione dell’abito. La potenza del messaggio esplode nella penultima doppia pagina dell’albo, dove vediamo il piccolo protagonista che, finito il lavoro e lasciate le ali a terra, si gira verso noi lettori, stagliandosi sullo sfondo bianco del foglio, e ci guarda dritto negli occhi, per la prima volta: “Non sono una fata”.
Giulia Romualdi (da LiBeR 148)
Non sono una fata
Ji Hyeon Lee;
trad. di A. De Benedittis
Orecchio Acerbo, 2025, 40 p.
€ 16,90 ; Età: da 4 anni

