“Nella psicologia dinamica a ben guardare il freezing era già stato concepito come una soluzione fisiologica, automatica, a un pericolo avvertito come insormontabile; una strategia biologica di sopravvivenza capace di proteggere il bambino dall’esperienza insostenibile del terrore senza nome; un meccanismo di difesa che lo porta a ritirarsi, a non comunicare, a non chiedere aiuto; una reazione di spegnimento in cui il bambino stesso riduce drasticamente l’attività motoria e emotiva, si disconnette dagli stimoli esterni.” : così Manuela Trinci, nel suo articolo in LiBeR 149, ci introduce quella strategia psicologica emotivamente bloccante che proietta il bambino in uno spazio distante, un castello di ghiaccio scena di tante fiabe.

