La Pimpa, la cagnolina a pois rossi disegnata da Altan, quest’anno festeggia mezzo secolo di avventure libere e colori. Niente di meglio allora che omaggiarla con una mostra pensata ad altezza di bambino (e non solo), messa a punto da Franco Cosimo Panini Editore in collaborazione con l’autore e con Hamelin, Anna Ferri e Quipos, che si è conclusa a Bologna fino al 24 maggio negli spazi di Biblioteche Salaborsa. Di questo e di altro Elena Paparelli ha parlato con il papà umano della Pimpa (quello disegnato, come i lettori sanno, è Armando), che abbiamo raggiunto non a bordo di astronavi o razzi, come sarebbe stato d’obbligo vista la festeggiata, ma – ahinoi- con il più comune cellulare.
Altan, una mostra per la Pimpa del tutto riuscita.
Direi di sì. L’esposizione ospita anche la grande casa della Pimpa dove i bambini possono passare il tempo, e giocare. La cosa che mi ha piacevolmente colpito è stata la quantità di visitatori di età diversa che ho visto frequentare la mostra.
Nella casa della Pimpa i bambini hanno potuto leggere i suoi libri. E in quella di quando era piccolo Altan, c’erano libri per ragazzi? Che letture ha fatto da giovanissimo?
Si, c’erano libri in casa. Se non ci fossero stati, me li avrebbero comunque comprati, dal momento che ero il più grande dei figli. Fra le mie prime letture, ho un ricordo molto preciso dei libri di Colette Rosselli, quelli della serie con protagonista Susanna, che credo mi siano rimasti in qualche modo anche nei colori de La Pimpa. Mi piaceva molto anche la storia de “Il marinaio verde” (Andrea Cavalli, Baldini e Castoldi, 1945, ndr). E, naturalmente, Sandokan di Salgari e tutta la sua produzione, che non mancava in casa, come i libri di Verne. Ai tempi queste erano quasi letture obbligatorie, dal momento che non c’era certo la scelta che c’è oggi nell’editoria per ragazzi. Devo dire che ho letto sempre moltissimo da piccolo e fino ai venti anni, poi un po’ meno.
In Altan (Autobiografia non autorizzata) (Skira, 2019) ha raccontato che la lettura dei fumetti era bandita perché suo padre li reputava diseducativi.
Si, esattamente. Io potevo leggere i fumetti solo d’estate. Mentre c’era la scuola mi era proibito. Mi arrangiavo con degli amici un po’ più grandi che me li nascondevano in giardino e li andavo a leggere lì, clandestinamente. C’è da dire che all’epoca ritenere i fumetti diseducativi era una cosa abbastanza diffusa in un certo ambiente. La lettura “vera” era ritenuta quella dei libri. C’è voluta forse la rivista “Linus” per sdoganarli completamente come genere letterario.
La costruzione di un fumetto con protagonista una cagnolina come La Pimpa immersa in un mondo ideale, aperto ad essere scoperto e a rispondere a tutte le sue curiosità, non sarà stata mica una reazione allo sguardo “censorio” di suo padre rispetto a questo linguaggio?
Non credo, visto che la Pimpa non è nata all’inizio come un fumetto, ma come un disegnetto fatto per mia figlia, che era piccolina. Era un modo per giocare con lei. Non avevo proprio idea che sarebbero nate delle storie a fumetti, e che sarebbero durate così tanto. È stato un po’ un caso. Quando l’ho creata non ero neppure ancora tornato dal Brasile dove vivevo, e dove ho scritto le prime storie. Poi, quando sono tornato in Italia, il progetto ha ripreso forza, e ho pensato di poter dialogare con l’infanzia attraverso questo strumento.
La Pimpa viene pubblicata per la prima volta nel 1975. In Brasile, dove lei ha vissuto, dal 1964 c’era la dittatura militare.
Era un periodo duro per il Brasile, anche se non è che si sentisse così tanto dappertutto nel quotidiano. Mi è capitato però di avere degli amici che lavoravano per un giornale satirico che ad un certo punto sono finiti tutti in galera. Io ed altri per qualche tempo li abbiamo sostituiti. Succedeva anche questo.
La sua carriera è però decollata in Italia grazie alla collaborazione con Linus. Quali i fumetti che l’hanno colpita di più e che non conosceva?
Krazy Kat di George Harriman con la sua dimensione surreale, il suo mondo assurdo e pieno di humour, era il mio preferito. Ma poi i Peanuts, Dick Tracy…in generale erano tutti fumetti belli, interessanti, e mai visti. Quella rivista è stata una vera scoperta. E nel periodo in cui leggevo Linus ero già più che ventenne.
Un altro personaggio per bambini che ha creato e che è di poco più giovane della Pimpa è Kamillo Kromo, ideato anche questo durante il suo periodo brasiliano.
Questo è un personaggio a cui sono molto affezionato, ma le sue storie si basavano su un meccanismo cromatico che ad un certo punto non mi ha dato più la possibilità di trovare spunti per le storie. Il mestiere di questo camaleonte era cambiare i colori alle cose anche mettendo un po’ ordine fra le ingiustizie del mondo. Ho dovuto abbandonare non perché mi fossi stancato di lui, ma perché non ho trovato più il modo di proseguire.
La Pimpa invece è arrivata a circa 1200 storie. La ripetitività è forse anche un meccanismo che aggancia facilmente i bambini più piccoli?
Senza dubbio una certa dose di ripetitività dà al bambino anche una certa sicurezza: il bambino sa come il personaggio si muove, come va avanti la storia e come è fatto un determinato mondo. Il fatto che la Pimpa abbia poi questo amico-padrone che è Armando, accogliente, osservatore, incoraggiante, è un elemento forte che fa presa sui giovanissimi.
Dal 1994 la Pimpa viene pubblicata da Franco Cosimo Panini Editore. Che rapporto ha con il suo attuale editore?
Un rapporto molto intenso perché facciamo un sacco di cose insieme. Ci vediamo spesso, e ci lavoro molto bene.
Oggi più che mai è centrale un editore che segua un progetto e lo faccia crescere.
Senza dubbio. E il motivo per cui la Pimpa all’estero non ha avuto successo è perché non ho trovato un editore come Franco Cosimo Panini, disposto a scommetterci.
Come ha visto cambiare negli anni l’editoria per ragazzi? C’è chi lamenta l’eccessiva produzione di libri, che hanno però una vita breve sugli scaffali.
La produzione di oggi è immensa, e ci sono cose molto belle. Mi sembra però che oggi non escano tanti personaggi forti: molte storie sì, ma apparentemente sovrapponibili l’una con l’altra.
Fra i libri de La Pimpa c’è anche “Pimpa scopre le fiabe”. Ecco, le fiabe hanno ancora possibilità di cittadinanza fra i bambini di oggi?
Credo che possano ancora averla, ma che per questo genere sia oggi indispensabile la mediazione del cartone animato. È quello che gli dà un appeal molto più potente.
E a proposito: dalla Pimpa sono state tratte anche quattro serie tv, la prima nel 1982 diretta da Osvaldo Cavandoli, la seconda nel 1997 diretta da Enzo d’Alò e nel nuovo millennio quelle dirette da lei. Come è stato lavorare con loro?
Con entrambe ho lavorato molto bene. Cavandoli ha impostato le cose come poi sono rimaste: l’idea, cioè, che la Pimpa si muova sul piano bidimensionale, come fosse sulla carta. Infatti, negli episodi non ci sono tanti movimenti di macchina. Quell’impostazione è stata seguita anche da D’Alò e infine da me. Sono cartoni animati molto semplici, che forse funzionano anche per quello.
Lo sa che la sua cagnolina a pois è salita al rango di “icona crossmediale”?
Si, lo so. Proprio ora stiamo preparando, in collaborazione con la Fondazione AIDA, un musical che debutterà questa estate al Teatro Romano di Verona, con la Pimpa che incontra il mondo di Shakespeare. Lo spettacolo sarà diretto proprio da Enzo d’Alò.
Come riesce ancora a conciliare le sue due anime creative: quella di umorista e quella di scrittore per bambini?
Abbastanza facilmente. Non avevo e non ho difficoltà a passare dall’una all’altra. Anzi, adesso passo più volentieri a disegnare La Pimpa perché la realtà è diventata così dura che ogni tanto rifugiarsi in quel mondo non è male.
Ma cosa è la creatività, per Altan?
(ride). Non saprei cosa dire. Sono domande troppo complicate per me. Qualche volta arrivano le battute fulminanti, ma non è che succeda tanto spesso. In cinquant’anni di lavoro, comunque, uno impara a farsi venire le idee, attraverso dei metodi che si trovano strada facendo. Fare una vignetta, per esempio, in sé è un lavoro molto veloce, anche per via della semplicità del mio tratto. L’importante però è stare sempre attenti a quello che uno vede, legge e sente, per trovare degli spunti possibili. La qualità dell’attenzione è alla base di tutto.
In tutti questi anni di carriera direi che è stato sempre estremamente attento.
Il mondo mi interessa ancora, anche se in questo momento non mi piace per niente. E la mia maniera di partecipare è questa.
E a proposito di vignette: spesso dà spazio al rapporto fra genitori e figli, con i primi del tutto autoreferenziali e distanti anni luce dalla figura rassicurante di Armando de La Pimpa. Di lei Stefano Benni ha persino scritto che “è figlio di un antropologo ed è spietato come un entomologo”. Si riconosce nella definizione?
Spietato no. Io provo anche affetto per questi personaggi: non è che mi piacciano, ma sono come siamo fatti noi.
Pensi che Jonathan Swift diceva che “la satira è uno specchio dove chi guarda scopre la faccia di tutti, tranne la propria”
Ho una grande ammirazione per Swift ma ognuno poi ha la sua maniera di vedere il mondo.
Lei ha collaborato con giornali di satira come Tango e Cuore. Perché oggi non ci sono pubblicazioni di satira come quelle? La satira viaggia ormai tutta su altri canali?
Non ci sono perché nessuno legge più i giornali. E quel tipo di satira si può fare solo sulla carta, sul giornale. Non frequento molto i social e li conosco poco ma per fruire di una pubblicazione come Tango o Cuore bisogna essere lettori di giornale, sapere di cosa si parla, e divertirsi per un punto di vista diverso da quello. Altrimenti è come non conoscere la prima parte di una storia.
E questo è una perdita oppure una fisiologica trasformazione?
Con l’assenza della lettura dei giornali per me si è perso qualcosa, in generale. Con la velocità con cui oggi tutto corre, è sempre più difficile stabilire il confine fra vero e falso, e diventa difficile anche fare satira. Per quanto mi riguarda, io ho le mie convinzioni a cui mi attacco con tenacia.
Quando è nata la Pimpa ha detto che il periodo era turbolento ma che c’era speranza, che oggi invece latita. Viene in mente una sua battuta di parecchi anni dopo: “la speranza è l’ultima a morire: sola al mondo”
È una vignetta già vecchia
Però sembra molto duratura, e non so se è un bene…
Non è un bel segno. Vuol dire che la realtà si è mossa poco.
Grazie
A lei.

