Quando accendiamo la tv nel pomeriggio, facciamo penetrare dentro il nostro appartamento tonnellate di De Amicis, tra parenti separati che poi si riuniscono, storie di eroismo, paradigmi di come sono gli italiani: guarda caso i fiorentini sono un po’ artisti, i lombardi hanno lo sguardo lungo, i sardi − come me − sono tamburini, cioè fornitori di poliziotti, carabinieri e quant’altro. Noi ogni giorno abitiamo la nostra letteratura, e i nostri classici sono sostanzialmente libri molto belli: è che soffriamo sempre un po’ di provincialismo, per cui i brutti libri stranieri ci sembrano più belli dei nostri libri fondanti. Pochi libri fondativi sono veramente belli come I promessi sposi. E non lo dico io, ma Edgar Allan Poe, che è il recensore principale del romanzo nell’edizione inglese e americana e che lo definisce un capolavoro, un libro del mistero, un dramma; e non è che non se ne intendesse di queste cose.
I classici ci danno dei contributi linguistici totalmente gratuiti, ci danno la possibilità di ampliare il raggio delle nostre possibilità comunicative, in maniera molto discreta, ed è per questo che durano nel tempo. Una delle grandi differenze che ci sono tra un libro attuale e un classico è che il libro attuale è costruito per il lettore che ha in quel momento, e può essere anche un enorme successo, ma non è detto che poi resista ad altri lettori. I promessi sposi, ma potrei dire anche il Decamerone, sono libri che hanno resistito a lettori diversissimi tra loro perché insistevano su punti totalmente basilari. Il classico non si occupa mai dell’orpello, si occupa quasi sempre della sostanza e la sostanza delle storie è semplicissima: Antoine Berman, studioso francese, diceva che in fondo le storie che noi scriviamo sono due: la prima è che A e B vorrebbero sposarsi e non ci riescono, e la seconda è che il signor C vorrebbe tornare a casa e non ce la fa. Berman dice che, a essere profondamente pignoli, ogni romanzo racconta una sola storia: cioè la difficoltà di raggiungere un obiettivo. Se l’obiettivo si raggiunge facilmente non abbiamo un romanzo, ma un avvenimento: e a noi interessa che il raggiungimento di questo obiettivo sia spiraloide, che è proprio ciò che ha fatto Alessandro Manzoni. È venuto il momento di rivolgergli qualche domanda.
Quando ha scritto I promessi sposi, aveva in mente di scrivere un classico?
Si. Avevo in mente proprio questo. Non esiste infatti nessun classico che sia scaturito per caso: la storia dell’umanità ha prodotto classici progettati per essere tali. Dante si è seduto con la precisa intenzione di progettare un classico, in maniera direi quasi ingegneristica. Voleva dare vita a un prodotto che avesse tutte le caratteristiche di un prodotto classico, che racchiudesse tutto il sapere dei suoi tempi ma che contemporaneamente inventasse un linguaggio per quel sapere, che trattasse di argomenti sostanziali. Paolo e Francesca vorrebbero stare insieme ma non ci riescono, e Dante stesso è una specie di signor C che vorrebbe andare in un posto e ci arriva con un percorso.
Tutto il viaggio de La divina commedia è in fondo un’altra versione dell’Odissea, tutti i personaggi in cammino sono sempre versioni dell’Odissea.
Scusi, Alessandro, come l’ha progettato questo classico?
Copiando. I classici si fanno copiando i classici. A voi toscani [l’intervista si è svolta a Campi Bisenzio il 22 ottobre scorso, N.d.R.] questa cosa non dovrebbe essere spiegata in nulla, perché vivete in una specie di luna park dal punto di vista dei punti di riferimento. Quando si dice che i classici si fanno copiando i classici stiamo praticamente raccontando la storia del giovane Michelangelo: un ragazzo dotato dal punto di vista del disegno, che tuttavia venne mandato a Volterra, dove gli venne fatto fare un lungo apprendistato, in cui doveva copiare un sacco di cose. La stessa cosa è accaduta anche a Leonardo da Vinci, e a tutti gli artisti che oggi in Italia i ragazzi hanno a disposizione, a differenza del resto dell’umanità. Questo vorrei dire ai ragazzi di oggi: avete a che fare con una condizione umana che il resto dell’umanità si sogna! Siete un’élite universale: i vostri colleghi di Seattle, che invidiate tanto, vanno in giro per la città e la cosa più antica che hanno è un ufficio postale del 1920!
Quali sono i nuclei narrativi fondamentali attorno ai quali ruota la storia de I promessi sposi?
Dentro a I promessi sposi, di fatto, troviamo le tre “gambe” su cui si appoggia la comunicazione letteraria mondiale: la prima è la donna rapita, l’origine di tutti i mali, secondo i greci. Il rapimento di Lucia avviene in un contesto assolutamente frivolo, perché il generatore di tutto questo meccanismo è il personaggio più stupido di tutti I promessi sposi, il conte Attilio, una specie di Enzo Miccio … avete presente quello che organizza matrimoni in tv? Attilio è Miccio che va a visitare suo cugino in campagna e Don Rodrigo, che per i suoi vicini è il massimo della nobiltà, agli occhi di Attilio-Miccio è un buzzurro qualunque. Attilio dice “ma che diamine! noi a Milano siamo soliti rapire le giovinette, come, voi non le rapite? Dovete essere à-la-page, perciò suvvia, rapitene una!”. Così come Lucia viene rapita, proprio come Elena nell’Iliade, il giovane Renzo è costretto a vagare tra la bergamasca e il milanese, prende botte da tutti, vive varie avventure esattamente come Ulisse, e la sua Odissea si conclude nel lazzaretto, nella scena finale con la pioggia che scende sulla peste. Quella peste raccontata anche dal Decamerone, una specie di strano romanzo di fantascienza, dove dieci giovani sono incapsulati dentro a un’astronave, mentre fuori c’è la guerra atomica, e sopravvivono perché si raccontano storie a vicenda, le storie del loro luogo (che poi è esattamente il vostro, cari studenti di Campi Bisenzio). La terza gamba de I promessi sposi è proprio la peste.
La donna rapita, l’uomo che vaga e la peste sono i sistemi attraverso i quali tutta l’umanità ha raccontato tutte le storie raccontabili. Non esiste una storia che non sia dentro a questo sistema. Non solo, aggiungo che, modestamente, ho costruito di fatto il romanzo fondante più europeo, perché non avevo una nazione di riferimento, sono un rampollo di buonissima famiglia, parlo varie lingue, ho potuto leggere libri che non erano accessibili alla maggior parte delle persone, per cui dentro a I promessi sposi, incredibilmente, potete trovare Pamela di Samuel Richardson, Tristam Shandy di Laurence Sterne, Tom Jones di Henry Fielding, Il monaco di Matthew Gregory Lewis, Le relazioni pericolose di Choderloi de Laclois.
C’è persino De Sade, con il romanzo gotico: il punto in cui Lucia viene trasferita dentro il castello dell’Innominato è il più imponente pezzo di letteratura gotica che l’Italia abbia mai prodotto. Bisogna aspettare Il deserto dei Tartari di Dino Buzzati prima di avere di nuovo l’atmosfera atroce che c’è in quel castello. Per forza piaceva a Edgar Allan Poe! Basta fare le domande giuste e i romanzi improvvisamente si squadernano, diventano altra cosa. Pensate a quanta bibliografia può generare un libro fondante come I promessi sposi: è necessario leggerlo anche solo per la biblioteca che produce. È giusto che questo romanzo non piaccia subito ai ragazzi, ma è il sistema attraverso il quale capiranno la differenza tra istruirsi e intrattenersi. È questo il senso del classico, che investe nel rilascio lento, non gli interessa essere amato al momento. Quello che vuole un classico è che quando il lettore diventerà padre dirà “accipicchia, a scuola questo libro non lo sopportavo, e adesso è sorprendentemente bello”. Ma come possono i ragazzi di oggi sentirsi più vicini a I promessi sposi?
Pensiamo all’età di Renzo e Lucia. Renzo ha quasi diciannove anni e Lucia ne ha quasi sedici. I loro discorsi riguardano sempre il “consumare” o meno. Renzo continua a invocare che finiscano a letto insieme e Lucia continua a rispondere “dopo sposati”! C’è una linea ormonale, erotica, dentro a I promessi sposi che genera meccanismi non molto diversi da ciò che succede oggi. Si tratta del meccanismo immortale dei rapporti umani, soprattutto tra ragazzi che hanno quell’età. I promessi sposi non sono lontani dai ragazzi, e loro possono cominciare a interpretarli partendo dalla propria esperienza. D’altronde oggi le cose non sono poi così cambiate, c’è una certa presunzione di liberalità ma in realtà le ragazze ci fanno ancora soffrire: lo fanno già dal Seicento!
Lucia è una ragazza deliziosamente precisa sul possesso di sé, non è una sciocca, è consapevole del proprio corpo. È troppo facile liquidare il suo personaggio all’ombra del bigottismo. Quando Lucia viene rapita da Don Rodrigo, si aspetta di essere abusata: era l’uso comune nei rapporti sociali tra il nobile e la popolana, c’era ancora lo ius primae noctis. Lo stupro in realtà non avverrà, perché Attilio e Don Rodrigo consegneranno Lucia a un cattivo peggiore, l’Innominato, e quando tutto sembra perduto, Lucia farà un voto per la sua sopravvivenza, quello di rimanere casta. Ma a sorpresa, un po’ come in Cliffhanger, l’Innominato si convertirà, e lei, a dispetto di tutto, sarà salva: è uno dei rovesciamenti più importanti della letteratura italiana.
Perché I promessi sposi è un romanzo stabile, che non pende, non traballa mai?
Perché ho costruito tutti i personaggi con un doppio speculare, sempre. Attilio ha un personaggio speculare che è il cugino di Renzo, Bortolo, una specie di piccolo imprenditore lombardo. Bortolo si occupa di Renzo solo perché ha le competenze che gli servono per dare vita a una piccola azienda. Lucia stessa ha uno specchio, che è la monaca di Monza. La monaca altri non è che Lucia, una volta che si è concessa. La monaca di Monza e Lucia sono due donne a confronto, che hanno comprensione e patiscono l’una per l’altra. Tra loro c’è un’empatia fortissima, incredibile, come tra Donna Prassede e il cardinal Federigo. Lui potrebbe essere un po’ come Bergoglio in questo momento, il rappresentante di un cattolicesimo empatico, popolare, mentre l’altra è terribilmente intransigente ed estremista, e dice a Lucia che il suo voto di verginità è fondante e importantissimo. Dopo la conversione dell’Innominato, Lucia dirà a Renzo di cercarsi un’altra moglie, perché lei è legata al voto, a una promessa. E, badate bene, tenere fede a una promessa non significa certo essere stupidi. Quando Renzo riceve la lettera di addio di Lucia impazzisce, decide che vuole morire in guerra. Lì interviene il cugino Bortolo, che lo convince a insistere con la ragazza perché in realtà vuole salvare la piccola impresa che ha con Renzo. Finalmente i due giovani si incontrano nel lazzaretto, dove ho innestato l’ultima fase di questo meccanismo sul classico: il deus ex machina. Ecco quindi che entra in scena padre Cristoforo, e avviene uno scambio teologico reale: lui dice a Lucia che il suo voto si esprimerà con la costruzione di una famiglia, non con la rinuncia a essa. Poco dopo lo scioglimento del voto, in una delle ellissi più violente della storia della letteratura italiana, i due hanno già una prima figlia, Maria è già nata.
Quando noi leggiamo un classico dobbiamo avere la possibilità di “strattonarlo” in questo modo e lui deve resistere allo strattonamento. Un classico deve superare il crash test. Penso alla recita scolastica, in cui una classe di bambini di sei anni deve fare un pezzo dell’Aida o di Mozart con i piccoli flauti dolci: per male che siano suonati quei pezzi restano comunque deliziosi. Perché?
Perché sono classici. Perché Mozart non si può distruggere, comunque tu lo faccia è lui, e non c’è niente di più meraviglioso di un bambino che suona male Mozart. Il classico è la petite robe noir, il tubino nero, l’abitino che le signore hanno in serbo, quello che supera le mode, che non è esattamente l’abito di moda di quell’anno, ma è sempre perfetto. Nel guardaroba maschile la camicia bianca è un classico: è un indumento su cui devi mettere altre cose.
In uno degli ultimi passi de I promessi sposi Renzo li racconta dal suo punto di vista. Si dipinge come l’eroe di tutta la storia e Lucia lei alza la mano e dice “e io?”. È sbagliata l’idea di Lucia appiattita sul destino, sul mondo. Lei chiede al marito qual è il problema? Forse che ho tenuto fede al fatto che io e te avevamo un patto? Qual era l’alternativa al non tenere fede? Quella di darsi a qualcuno, certamente. La verginità di Lucia è una questione enorme dentro a I promessi sposi. Ed è una questione letteraria, tecnica, biologica, teologica. È la capacità che ha Lucia di governare se stessa, la propria persona, la propria virtù, e questa capacità certamente io l’ho desunta da Jane Austen, da tutto il romanzo anglosassone, dove per la prima volta le eroine avevano voce in capitolo, mentre nella nostra letteratura non era mai successo.
Io, lo ammetto, sono un appassionato di Lucia. Adoro anche Renzo, perché è un fanfarone. Amo molto i suoi due momenti di grandissima commozione, altissimi: il primo è quando i monatti portano via la piccola Cecilia, il secondo è quando ritorna a casa sua e dà uno sguardo all’orto, alla vigna, e lo trova completamente distrutto, e pensa che la Storia è crudele, perché passa addosso a quello che fai in maniera non più emendabile. Proprio pensando a Cecilia, che mi ricorda tanto la bambina con il vestito rosso del film Schindler’s list vorrei chiudere con un’ultima domanda che rivolgo sia a Manzoni che a voi lettori. Secondo voi, Steven Spielberg ha mai letto I promessi sposi?
Marcello Fois, "Renzo, Lucia ed io", in LiBeR 121, Gennaio-Marzo 2019.