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Un bambino e l’ospedale dei matti

Il grande cavallo blu
Irene Cohen-Janca, ill. di Maurizio Quarello
trad. di P. Cesari
Orecchio acerbo, 2012, p. 44
€ 12,50 ; Età: da 9 anni

I libri d’infanzia sanno fare anche questo, di raro e spiazzante: permettono al narrante e al narrato di prendere infinite forme pure a dispetto di una storia difficile e apparentemente da grandi. Il grande cavallo blu, per esempio, è un illustrato ma è fatto soprattutto di parole, tante parole, declinate alla prima persona di un bambino di nome Paolo. E le illustrazioni accompagnano queste parole con uno sguardo al contrario poco infantile, come fossero opere a esse ispirate e quindi appese alle pareti del luogo intenso e disturbante nel quale il racconto si svolge. Questo luogo è Trieste, la città del vento di bora, e in particolare uno spazio chiuso di questa città, il San Giovanni, grande ospedale che ospita “malati che non hanno male al corpo, ma all’anima”. Paolo nell’ospedale dei matti ci abita, non perché sia malato come loro ma perché sua madre lavora qui come lavandaia. Paolo osserva, ascolta, raccoglie ciò che gli sta intorno come un piccolo cronista, racconta apparentemente senza ordine, quasi senza una struttura, per affetti prima che per effetti, nei tempi dilatati delle emozioni. Non dice date, ma ci fa scoprire che siamo all’inizio degli anni Settanta quando a un certo punto narra di un medico nuovo arrivato in questo ospedale, Franco Basaglia, e racconta di come quest’uomo abbia fatto del bene non solo ai matti ma anche al suo cavallo Marco destinato altrimenti ad andare al macello per essere sostituito nella sua funzione da un camioncino. Il nonno Giuseppe aveva detto a Paolo che “i matti non sanno chi sono”. Ma Paolo li ha osservati e ascoltati e in questo modo ha imparato chi sia ognuno di loro, anche se ancora non l’hanno imparato loro. Allo stesso modo, il nuovo arrivato di nome Franco osserva i matti e li ascolta e quindi apre le porte alla città e al suo vento non solo a loro, ma anche a un cavallo blu di cartone chiamato Marco come quello vero, simbolo della libertà ovvero della possibilità che tutti abbiamo di farci più vicini alla verità di ciò che siamo.

Federica Iacobelli
(da LiBeR 95)

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