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LiBeR 96
LiBeR 96

[Ottobre – Dicembre 2012] 

Sommario 
 
Sketch 
Alla ricerca del target perfetto, Federico Maggioni (p. 5) 
Lettori alle medie 
Il dovere di capirli, Domenico Barrilà (p. 18-20) 
I ragazzi del ’99, Stefano Laffi (p. 21-24) 
Cominciamo dal lettore, Eros Miari (p. 22-23) 
50 anni di scuola media, Enzo Catarsi (p. 25-27) 
Un luogo in cui attardarsi, Nicoletta Gramantieri (p. 28-29) 
Fuga dalla lettura, Fernando Rotondo (p. 30-34) 
Bucsity: segnali di lettura nel web, Giuseppe Bartorilla (p. 32-33) 
Rapporto LiBeR 2012 – Parte seconda 
Il morso della crisi, Domenico Bartolini, Riccardo Pontegobbi (p. 35-38) 
Fantasy 
Fantasy: un genere italiano?, Lindsay Myers (p. 39-41) 
Mestieri: il traduttore 
Non è un gioco da ragazzi, Simona Mambrini (p. 42-43) 
Traduzione significa rispetto, intervista a Laura Cangemi (p. 44-46) 
Traduttrice traditrice, Angela Ragusa (p. 44-45) 
Se Prufrock ci fa sorridere, intervista a Valentina Daniele (p. 47-49) 
L’Italia dell’import-export (p. 48-49) 
Premio Nati per Leggere 
Parte in quarta il Premio NPL, Giovanni Alterini (p. 50-51) 
La sfida tra semplicità e banalità, intervista a Ole Könnecke di Rita Valentino Merletti (p. 51) 
La ricerca dell’indipendenza è trasversale, intervista a Claudia Rueda di Rita Valentino Merletti (p. 52) 
Abitudini di lettura 
La lettura spontanea, Roberto Denti (p. 53) 
Orienteering 
Cronache di cotone, Manuela Trinci (p. 54-57) 
Libri prêt-à-porter, proposta di lettura da LiBeR Database (p. 58) 
Ricerca 
Firenze città della fiaba?, intervista a Franco Cambi (p. 59-61) 
Autori: Terry Pratchett 
Piccole divinità e sorelle streghe, Stefania Fabri (p. 62-64) 
Mailbox 
Lotta di classe… alle medie, Roberto Denti (p. 65) 
Dossier Segnali di lettura 
Libri illustrati… in sala d’attesa, intervista a Francesca Ciolfi di Ilaria Tagliaferri (p. 66-67) 
Museo cerca disegni… in dono, Maria Serena Quercioli (p. 68-69) 
Materia grigia (p. 70-71) 
Rubriche 
Rubabandiera
 
No sport no fair play, Roberto Farnè (p. 72-73) 
La cattedra di Peter 
Il senso del teatro, il teatro dei sensi, Emma Beseghi (p. 74-75) 
La cassetta degli attrezzi 
Dove vanno le biblioteche scolastiche?, Ivo Mondini (p. 76-77) 
Inserto redazionale  
In collaborazione tra Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze e LiBeR, il terzo fascicolo annuale del 2012 de La bibliografia nazionale dei libri per ragazzi, con le segnalazioni di 571 schede-novità  
 
Copertina 
L’illustrazione di copertina è di Nina Cuneo

 

Estratti 

Lettori di media

Domenico Barrilà (Il dovere di capirli: “Come sono fatti i ragazzi. Ecco la domanda che gira come un mantra, ma è solo un modo per spostare l’attenzione dalla parte sbagliata. Intanto sarebbe meglio partire da una considerazione elementare, ossia che i ragazzi non sono una categoria sociale, bensì individui con un nome preciso. Certo, così è più impegnativo, ma lo spazio tra una cosa e l’altra, è lo stesso che esiste tra Sociologia e Pedagogia. La prima vede dall’alto, la seconda vola, o dovrebbe volare, radente. Ognuno dei nostri ragazzi presenta elementi di specificità che non si possono esorcizzare facendo ricorso al rito collettivo della diagnosi e della prognosi. Occorre invece individuare, incontrare, interpretare, attraverso lo strumento della genitorialità, la cui arma per eccellenza è la voglia di “stare”, voce del verso stare, di esserci, nella loro vita, ma non in modo poliziesco, atteggiamento che allude al bisogno di autotutela dei genitori stessi, bensì con l’apertura di chi desidera capire ciò che proviene da un mondo che non può essere piegato nelle categorie adulte, pena quelle incomprensioni e quelle fratture di cui proprio noi grandi siamo i primi a lamentarci”).

Stefano Laffi (I ragazzi del ‘99: “I ragazzi delle medie quasi non esistono, i radar dell’attenzione genitoriale e sociale non li registrano, non hanno gli onori della cronaca, non godono di una pubblicistica, non arrovellano gli educatori, non preoccupano gli economisti. Le ragioni sono intuibili: non hanno l’aura di innocenza dell’infanzia né la pericolosità dell’adolescenza, vivono la curva dell’investimento genitoriale nelle energie educative dopo le fatiche dei primi anni e prima dei conflitti adolescenziali, sono troppo lontani dal voto elettorale e non dispongono di strumenti per affermare la propria voce, ecc. Eppure ci sono, sono gli eredi di quell’accudimento, di quell’innocenza, e sono gli incubatori di quella pericolosità adolescenziale: com’è possibile che metabolizzino cure materne e le trasformino di lì a poco in nichilismo, cinismo, disimpegno, ecc., stando ai resoconti della vulgata giornalistica e alle proposte interpretative di molti esperti?
Ecco, forse di questa visione allarmata e allarmista conviene cogliere solo un dato: questa è l’età dell’accesso, in cui si ha modo di provare qualcosa che appartiene del tutto all’età adulta, e i ragazzi del ’99 sono testimoni di un mutamento, perché prima quell’accesso avveniva alle superiori. Questo ha almeno un paio di conseguenze: è come all’inizio di una fuga in una tappa di montagna di ciclismo, c’è chi è in testa e poi vengono tutti gli altri, gli inseguitori, ci sono cioè grosse differenze nei pari età fra chi ha già visto/fatto/provato e la maggior parte degli altri, meglio evitare di prendere i primi per rappresentare tutti. I primi in fuga, inoltre, possono non aver fatto i conti con le proprie forze, ovvero c’è la possibilità che vivano esperienze di cui non hanno misura e consapevolezza, se attribuiamo loro i significati che gli stessi comportamenti hanno per gli adulti rischiamo l’equivoco, l’allarmismo, la patologizzazione. Allora è questa l’età per attrezzare l’accesso consapevole alle esperienze successive, la lezione in classe o la cena in famiglia è l’occasione giusta per rompere il registro epico/mistificante dei pochi in fuga, farne una riflessione alla portata di tutti ristabilendo i canoni della normalità e sedando l’ansia da inadeguatezza”).

Eros Miari (Cominciamo dal lettore: “Riconoscere la centralità del lettore è tanto più importante, credo, quanto più sono cresciuti i ragazzi con cui operiamo. Al bambino che ascolta affascinato dai toni di voce, rapito dalle illustrazioni, legato a noi dallo scambio relazionale e affettivo in corso, sarà più facile imporre (parola da leggere con molta cautela) la nostra personalità e le nostre scelte. Al preadolescente o adolescente che guarda al mondo e agli adulti con un bel misto di sacrosanta impazienza e discutibilissima insolenza (figlia di modelli culturali multimediali e multidiscutibili) non si impone un bel niente. Con lui o con lei va trovata la chiave della porta d’accesso alla sua identità. Un’indentità in cui i lavori in corso fervono e che spesso è distinta da instabilità, mutevolezza, sospetto. Come arriviamo fin lì? Come bussiamo a quella porta? Partendo da lui e da lei”).

Enzo Catarsi (50 anni di scuola media: “La consapevolezza del legame dialettico che lega scuola e società è ormai significativamente acquisita, anche in virtù della “rottura” sessantottesca che ha rafforzato e legittimato una indicazione già presente nella riflessione deweyana e successivamente anche in quella di altri studiosi. Ciò ha evidentemente concorso a prestare una maggiore attenzione alla storia della politica scolastica, così come a chiarire che il processo educativo delle giovani generazioni si sviluppa non solo nella scuola e per suo tramite, ma anche con il concorso di altre fondamentali “agenzie” formative. Tale consapevolezza viene posta alla base di questo scritto, che intende – seppur fuggevolmente – ricostruire un cinquantennio di storia della scuola media, che si materializza nel contesto di una profonda trasformazione del Paese, caratterizzata, in particolare, dal cosiddetto “miracolo economico”).

Nicoletta Gramantieri (Un luogo in cui attardarsi: “Bologna è una città di medie dimensioni, conta circa 390.000 abitanti, e la Biblioteca SalaBorsa si trova nella piazza principale. Negli anni che vanno dagli 11 ai 14, i ragazzi iniziano a muoversi in modo autonomo per la città e il centro è una meta solita per loro. Succede che si muovano in piccoli gruppi e che la biblioteca diventi per alcuni una tappa abituale. Tutte le sale della biblioteca sono state riorganizzate tre anni fa attraverso un’attività di progettazione partecipata. Gli spazi per ragazzi e per adolescenti si sono strutturati con la consulenza di gruppi di ragazzi che hanno lavorato insieme ai bibliotecari e agli architetti. L'organizzazione delle sale tenta di rispondere alle esigenze che i ragazzi hanno avuto modo di sottolineare nel corso del lavoro di progettazione e a quelle che emergono nel corso del tempo. Si tratta di spazi ampi che invitano a “stare”, in entrambi ci sono poltrone su cui si può leggere o chiacchierare, ci sono tavoli per fare i compiti, computer per navigare e per giocare e postazioni per vedere film. Il fatto di avere sale separate per ragazzi e per adolescenti fa sì che anche i più piccoli possano muoversi tranquillamente e utilizzare i servizi a loro dedicati senza lasciarsi intimidire o intimorire dalla presenza dei ragazzi più grandi. La presenza dei bibliotecari tenta di essere discreta nelle sale. Una parte importante del lavoro quotidiano è rivolta alla cura degli spazi e delle raccolte affinché siano questi a dettare e suggerire le opportunità e le possibilità che la biblioteca offre. I ragazzi insomma vengono, come direbbe la Mina protagonista del romanzo di Almond “lasciati in pace ... liberi di … non fare”).

Fernando Rotondo (Fuga dalla lettura: “Il Rapporto sulla scuola in Italia 2011 della Fondazione Agnelli, dedicato alla scuola secondaria di primo grado, indica proprio nella scuola media (d’ora in avanti chiamata così per comodità), istituita cinquant’anni fa, “l’anello debole” dell’intero sistema scolastico, “vaso di coccio” tra ferri, “terra di mezzo”. Prove e test nazionali e internazionali – Invalsi, Ocse-Pisa, Timms – concordano sostanzialmente: le differenze nelle abilità di lettura e scrittura, matematiche e scientifiche si riducono fra II e V elementare, si riacutizzano in I media, si divaricano fortemente a 15 anni. Perché? La risposta è che decade gravemente l’apprendimento dei “fondamentali”: ossia, leggere, scrivere e far di conto. La scuola di base italiana ha assolto bene, grazie ad alcune buone leggi, anche se non tutte recenti, e a una buona tradizione dei docenti, ai compiti di accoglienza, socializzazione e integrazione di tutti (appartenenti a classi sociali alte, medie e basse, italiani e stranieri), mentre le criticità sono individuabili sul piano dell’istruzione, delle conoscenze, dei risultati conseguiti dai singoli, soprattutto in relazione alle differenze socio-culturali. Qui ci si concentrerà sui primi aspetti discriminanti, in particolare sulla lettura e sulle relative abitudini, attitudini, abilità, su piacere e competenze. Perché la lettura, la conoscenza e comprensione della parola scritta, è competenza propedeutica a ogni altro apprendimento, ma prima passa attraverso l’abitudine che è figlia dell’appassionamento e che, quindi, richiama in causa il vetusto ma inobliabile e ineludibile principio del “piacere di leggere” (forse non ancora ben metabolizzato, però)”).

Giuseppe Bartorilla (Bucsity: segnali di lettura nel web: “Per comprendere come tutto ha avuto inizio è bene però tornare indietro di quasi due anni quando, come spesso capita in scenari attraversati da mutamenti, forse epocali, ma sicuramente significativi, nasceva assai casualmente Bucsity, un blog dedicato a nativi digitali, libri, letture e web 2.0. È infatti nell’autunno 2010, sulla scorta di buoni propositi per buone pratiche rivolte a potenziali lettori under 15, che si delineò l’idea di costituire gruppi di lettura per giovani lettori, sulla falsariga di quello già attivo per gli adulti e in collaborazione con le scuole del territorio. Ma già in sede di programmazione, a una più attenta analisi, affiorò qualche dubbio sull’efficacia di uno strumento come il “gruppo di lettura” che se strutturato in modo tradizionale rischiava di risultare poco efficace, con un gusto amarognolo di didattica imposizione adulta e soprattutto molto lontano dalle opzioni di condivisione tipiche dei nativi digitali. Casualmente (o forse no) insieme a una serie di corsi e incontri sui possibili sviluppi di biblioteche 2.0 apparve sulla strade programmatiche della biblioteca dei ragazzi di Rozzano l’oggetto (virtuale) adatto allo scopo: il blog”).

Vignette inedite di Nina Cuneo illustrano questa parte.

Nello stesso numero:

Domenico Bartolini e Riccardo Pontegobbi (Rapporto LiBeR 2012. Seconda parte: Il Rapporto propone un’analisi della produzione editoriale del 2011, con dati tratti da LiBeR Database. “La crisi morde, eccome! Dopo una significativa ripresa delle offerte librarie nel 2010, il 2011 si è chiuso con un sensibile calo del numero delle novità per bambini e ragazzi, pari a meno 4,63%. La diminuzione riguarda soprattutto i titoli i cui diritti sono acquisiti all’estero, menter il ‘made in Italy’ cresce, anche in termini assoluti, raggiungendo quasi il 58% delle novità. L’import resta superiore al 50% solo nell’ambito della non-fiction”).

Lindsay Myers (Fantasy: un genere italiano?: “Lo studioso francese André-François Ruaud ha commentato recentemente che “il fantasy si sta definendo la figura per eccellenza dell’immaginario all’inizio del ventunesimo secolo”, e non c’è dubbio che dagli anni Novanta in poi c’è stata una vera proliferazione di romanzi fantasy nell’odierno mercato internazionale. Gran parte dei bestseller contemporanei per ragazzi si svolgono in “altrovi magici” e recentemente anche la letteratura giovanile italiana (come quella francese e tedesca) ha cominciato a favorire ambienti fantastici. Basti pensare alle opere di LiciaTrosi, Silvana Gandolfi e Silvana De Mari per rendersi conto di quanto si è diffusa la tendenza. Il successo strepitoso del fantasy nel mondo dell’editoria per bambini e ragazzi ha provocato, a turno, una vera e profonda esplosione critica, e i romanzi fantasy, una volta visti come libri minori, sono adesso l’oggetto di tanta discussione erudita in Italia, così come in ambito internazionale. Non sarebbe sbagliato dire, però, che la maggior parte della critica italiana si è concentrata finora sulla storia del fantasy nel mondo anglofono, e sul modo in cui il filone harrypotteriano è riuscito ad aumentare il livello del prestigio del genere a livello globale, fenomeno che si può attribuire, in parte, al fatto che il fantasy non è mai stato riconosciuto come genere nativo italiano”).

E ancora: Mestieri: il traduttore

Simona Mambrini (Non è un gioco da ragazzi: “Troppo spesso si tende a considerare la traduzione di libri per bambini e ragazzi un’attività “minore”, ritenuta “più facile” rispetto alla traduzione di narrativa in generale o, nel migliore dei casi, inquadrata nell’ambito della traduzione di “genere”. Ma la vastità e la ricchezza editoriale del settore “ragazzi” (che va dalla prima infanzia agli adolescenti, i cosiddetti young adults) vanifica in partenza qualsiasi classificazione generica e onnicomprensiva. Se tradurre per ragazzi ha caratteristiche e peculiarità proprie, tali caratteristiche e peculiarità non sono da ricercare nella qualità intrinseca del prodotto letterario ma piuttosto nella specificità del pubblico di lettori: se c’è una condizione di cui tenere conto quando si traduce per ragazzi è il fatto che la letteratura per ragazzi si divide, ed è rivolta a fasce d’età. Da qui, una sorta di “asimmetria” tra un testo scritto da un autore adulto ma rivolto a un pubblico di bambini o ragazzi. Fatta questa premessa, nella letteratura per ragazzi si trovano tutti i problemi, i temi, le situazioni del tradurre che si incontrano in tutti gli altri tipi di testo”).

Intervista a Laura Cangemi (Traduzione significa rispetto: “D. Nel mondo attuale della traduzione si lavora sia sui libri per ragazzi che su quelli per adulti, senza che la figura del traduttore debba necessariamente circoscrivere il proprio ambito. Tradurre per ragazzi, secondo lei, richiede competenze diverse rispetto al tradurre un testo per gli adulti? Ritiene che sia ancora diffusa l’opinione che i libri per ragazzi siano ‘di serie B’ e che di conseguenza per la loro traduzione occorra un minor impegno? R. Sulla questione della “dignità” della letteratura per ragazzi, in particolare in Italia, si potrebbe scrivere un intero saggio. Per rendersi conto della situazione è sufficiente guardare allo spazio dedicato alle recensioni di libri per l’infanzia e l’adolescenza su quotidiani e riviste, anche nell’ambito degli inserti e degli speciali sull’editoria: se va bene ci sono due o tre trafiletti a margine dell’ultima pagina. Unica eccezione: i “casi” letterari come Harry Potter o la saga di Twilight. Quanto poi alla traduzione dei libri per ragazzi, non posso che dare ragione ad Angela Ragusa: il fatto che la tariffa a cartella, già bassissima per i libri per adulti, sia invariabilmente inferiore quando si traduce per ragazzi la dice lunga sul valore attribuito alla professionalità necessaria per un lavoro così delicato e complesso. Qualcosa, però, sta cominciando a cambiare: il traduttore non è più una figura del tutto invisibile (anche grazie al recente attivismo di sindacati e associazioni professionali come Strade e Aiti), e al prossimo Festivaletteratura di Mantova ci saranno due translation slam (una sorta di “gara di traduzione” su un testo inedito tra due traduttori), uno dei quali vedrà come autore protagonista lo scrittore per ragazzi Louis Sachar”).

Angela Ragusa (Traduttrice traditrice: “’Ti piace di più scrivere o tradurre?’ è una delle domande che più spesso mi sento rivolgere durante gli incontri con i giovani lettori e ogni volta, prima di rispondere, propino loro una breve premessa. Cominciai a tradurre una ventina d’anni fa, mentre ancora lavoravo in una casa editrice, non per seguire una vocazione ma perché ero stufa di ri-scrivere traduzioni altrui costellate di errori. E ho continuato a tradurre finché, con il fardello di 240 e passa traduzioni sulle spalle, mi sono resa conto che ormai quel lavoro cominciava ad annoiarmi.
Quindi, per tornare alla domanda iniziale: anche se per molto tempo ho trovato il mestiere di traduttrice piacevole e ricco di soddisfazioni, alla lunga è diventato quasi automatico, finendo per stancarmi. Non che scrivere storie sia meno faticoso che tradurle, anzi! Per l’esattezza, tradurre è meno faticoso che scrivere. In fin dei conti qualcun altro si è preso la briga di inventare una storia e combinarne i frammenti come le tessere di un puzzle, e compito del traduttore è “solo” quello di mantenerne intatta l’essenza rispettando lo stile e il ritmo dell’autore. Un lavoro affascinante, lo ripeto, ma se da un lato avevo ormai l’impressione di averne esplorato tutte le possibilità, dall’altro sentivo crescere dentro di me il desiderio di affrontare nuove sfide’”).

Valentina Daniele (Se Prufrock ci fa sorridere: “D. Quando ci riferiamo ai libri per ragazzi occorre stare molto attenti alle varie fasce d’età che li costituiscono. Un conto perciò è tradurre per sette-dieci anni, o ancora meno, e un altro per i cosiddetti young adults. Qual è la fascia d’età prevalente nel suo lavoro? E rispetto a tale target con quali problemi stilistici, terminologici e di “adattamento” deve confrontarsi? R. Ho tradotto sia libri per bambini dai sette-nove anni in su che per adolescenti e preferisco ancora i primi! Gli autori di libri per bambini spesso si concedono una grande libertà creativa, usando giochi di parole e tutto ciò che fa felice un traduttore. Al contrario i libri rivolti agli young adults non sono sempre altrettanto innovativi dal punto di vista linguistico, ma sono comunque impegnativi per quanto riguarda la resa del gergo. Quello degli adolescenti è un linguaggio soggetto alle mode e, cosa ancora più importante, in Italia è anche connotato dal punto di vista regionale. La difficoltà sta nello scegliere termini che siano comprensibili da tutti ma che allo stesso tempo suonino verosimili. Il risultato sarà invariabilmente un compromesso che tenga conto di tutte queste esigenze”).

Domenico Bartolini e Riccardo Pontegobbi (Dossier. L’Italia dell’import-export: “In Italia si traduce molto per bambini e ragazzi e allo stesso tempo il mercato di vendita all’estero dei diritti di opere italiane è in crescita: fenomeni che ci riportano alla globalizzazione e all’internazionalizzazione dell’editoria”).

Vignette inedite di Alberto Rebori illustrano questa parte.

Inoltre:

Giovanni Alterini (Parte in quarta il Premio NPL: “Le novità della quarta edizione del Premio Nati per leggere: i bambini in giuria votano i libri sul coraggio e inizia la collaborazione con LiBeR”).

Interviste di Rita Valentino Merletti a Ole Könnecke e Claudia Rueda (I due autori si  sono aggiudicati ex-aequo il Premio NPL del 2012 nella sezione Nascere con i libri. Könnecke racconta cosa pensa riguardo alla letteratura dialogica e al pubblico esigenze dei piccolissimi. Rueda rivela le origini della sua passione per l’illustrazione, il confronto con i bambini di diversi ambiti culturali e le sue idee sulla lettura prescolare).

Roberto Denti (La lettura spontanea: “Desidero mettere in evidenza un fenomeno che i cultori di letteratura per l’infanzia non hanno mai ritenuto opportuno approfondire: la differenza fra le richieste spontanee da parte di bambini e ragazzi e i successi dovuti alle indicazioni degli adulti. L’esempio più clamoroso è stato (nel 1985) l’affermazione dei libri-game, osteggiati dagli adulti. Così i ragazzi si sono rivolti alle biblioteche di pubblica lettura dove hanno trovato l’accoglienza più libera senza pregiudizi di origine didattica. Forse più clamoroso il successo della collana Piccoli brividi giudicata addirittura controproducente dagli adulti. ‘Come’ hanno diritto di pensare i piccoli lettori ‘leggo un libro e vengo considerato uno che fa una cosa sbagliata?’. Il problema che in questa nota vorrei evidenziare è il contrasto fra i due modi dell’approccio alla lettura: per scelta personale e per indicazione dell’adulto. Se non ci fosse il piacere di leggere i libri di Geronimo Stilton o qualche anno dopo il Diario di una schiappa avremmo lo stesso numero di lettori e, soprattutto, la capacità di aver acquisito un libero rapporto con la carta stampata?”).

Manuela Trinci (Cronache di cotone: “E se appiattimento e omologazione sono sempre in agguato, bisogna confessare che anche una certa editoria a basso costo (che della banalità e dell’insidioso conformismo educativo cavalca la tigre) si è allineata al martellante battage pubblicitario nel costruire e indurre sogni tagliati a misura degli slogan “consumo dunque sono” e “corri e compra”. In questo senso la moda “dei” bambini, diventata piuttosto la moda “per” i bambini, fra i tanti linguaggi della moda stessa, provocatori, d’avanguardia, culturali, artistici e creativi, si è fatta interprete di un unico linguaggio assertivo e commerciale, perdendo di conseguenza categorie concettuali importantissime – che intrecciano la moda alla memoria, al tempo, alla storia – e rinunciando a quella preziosa prerogativa di sollecitazione estetica che conduce a prendere possesso delle cose anziché a viverle passivamente se, come scriveva Cocò Chanel, “la moda non è qualcosa che esiste soltanto nei vestiti…è nel cielo… nelle strade… ha che fare con le idee, con il nostro modo di viverle”. Dove sono finiti, allora, il vestito a toppe, le calze diseguali e le scarpe lunghe esattamente il doppio dei piedi, indossati da Pippi Calze Lunghe? Dove sono finiti quei capi insoliti, quella moda “dei” bambini fatta dalle giacchette di Pinocchio, dal vestito buono della domenica di Gian Burrasca, da cappuccetti rossi, o bianchi o verdi? E l’abito da sposa di Filomena, troppo bello, troppo ricco, troppo di seta, di velo, di pizzo, troppo...? E lo sguardo irriverente e fiero del bambino che proclamando ai sudditi l’inesistenza dei vestiti nuovi dell’Imperatore lo rese nudo?”).

Intervista a Franco Cambi (Firenze città della fiaba?: “D. Il suo approccio storico-educativo alla letteratura per l’infanzia parte dalla convinzione che lo statuto di questa complessa disciplina sia caratterizzato da una feconda doppiezza: su un piano ci sarebbe la comprensione della dimensione narrativa ed educativa del racconto, su un altro, meno di superficie, i testi si aprirebbero ai significati profondi, da cogliere con strumenti analitici sofisticati. Ci parli di questo percorso tra complessità e ambiguità a cui è chiamato il bambino lettore. R. Sì, è vero. La letteratura infantile dall’Ottocento in poi si fa “genere” assai complesso, anche giocato su più registri semantici, di confezione assai complicata e sofisticata. Si pensi a Pinocchio. Si pensi, fuori d’Italia, a Alice. Ma anche, dopo, al Piccolo Principe. Ed è questo un carattere molto moderno. Che ha alla base il fiabico legato con il fantastico e che addensa in sé significati sempre più sottili e “filosofici”, pur dentro un narrare che sa di fiaba antica, con figure e simboli tradizionali. E il bambino come può leggere questa complessità? Prima aderisce al tessuto narrativo. Poi riflette sui suoi simboli. Infine può capirne e gustarne i vari significati. La lettura è sempre un procedimento di ascesa e di ritorno su, che può essere guidata in questo suo sviluppo, ma senza forzature. Quei testi classici (e non solo quelli) continueranno a parlarci anche nell’età adulta: sono evergreen”).

Stefania Fabri (Piccole divinità e sorelle streghe: “La saga di Pratchett Mondo Disco descrive un mondo fantastico in cui si alternano varie vicende non in maniera sequenziale come nella Trilogia de Il Signore degli anelli di Tolkien, a cui è principalmente diretta in realtà la pungente ironia di Pratchett. Sia la cosmogonia di Mondo Disco che viene descritto come un grande disco poggiato sulle spalle di quattro immensi elefanti, tutti supportati da A’Tuin, tartaruga gigante che nuota attraverso lo spazio, sia la filosofia di questo universo popolato di bizzarre creature e di umani disumani, non sono ispirati da un impianto narrativo del tipo “la lotta del bene contro il male”, come appunto avviene in Tolkien, ma piuttosto da un gusto per l’iperbole e da una serissima avversione per la retorica dei sentimenti, quali essi siano. Lo stesso Om, caduto in disgrazia, ha delle forti perplessità sulla sua natura divina e su quale pratica religiosa possa essere consona alla sua nuova personalità, così modesta e dubbiosa. Pratchett si situa in un dibattito piuttosto acceso e molto intrigante all'interno della critica di lingua inglese, da una parte, tra chi trova troppo l’epopea della Rowlings commerciale e ipocritamente per adulti infantili o per bambini che si contentano di surrogati dell’immaginazione, propendendo decisamente per la divertita antiepopea alla Pratchett, e dall’altra chi invece trova eccessivamente scatenato l’umorismo inglese ipercreativo di autori come Pratchett e Neil Gaiman, che hanno firmato insieme l’irriverente e spumeggiante Buona apocalisse a tutti”).

Roberto Denti (Mailbox: Lotta di classe alle medie: la crisi economica chiede di essere spiegata, e non solo ai ragazzi).

Le Rubriche:

Ruba bandiera: il gioco e l’immaginario infantile a cura di Roberto Farnè (No sport, no fair play: “A parte uno, forse, lo sport: ‘il fenomeno sociale planetario più risparmiato per così dire dalla critica’ scrive Marc Perelman quasi alla fine del suo libro Sport barbaro, critica di un flagello mondiale (Medusa, 2012, trad. di Giulia Rossi). Perelman, che insegna Estetica all’Università di Paris-Nanterre riprende, attualizzandoli, i temi e i motivi che animarono l’unica stagione in cui la critica dello sport conobbe in Francia una vivacità intellettuale non inferiore a quella che animò, sull’onda del ’68, gli altri ambiti della contestazione. Perelman ci ricorda che la rivista Quel corps?, fondata da Jean-Marie Brohm, insegnante di educazione fisica e poi sociologo all’Università di Montpellier III, è stata dal 1975 al 1997 il punto di riferimento di un nutrito gruppo di insegnanti e intellettuali di varia estrazione e di cui lo stesso Perelman ha fatto parte, che ‘s’impose meravigliosamente contro i sostenitori dello sport (sia dell’estrema destra che dell’estrema sinistra, attraverso la destra liberale e il partito comunista francese)’.”).
La cattedra di Peter: le tesi originali della cattedra di Letteratura per l’infanzia dell’Università di Bologna a cura di Emma Beseghi (Il senso del teatro, il teatro dei sensi (tesi di Elena Zagaglia): “Questa tesi nasce da una domanda: si può educare all’Immaginazione? Un tentativo d’indagine di questa tesi parte dal teatro; infatti, già nel significato linguistico, l’analogia tra il gioco dei bambini e quello dell’attore viene sottolineata in molte lingue europee dall’uso di una sola parola: to play in inglese, spielen in tedesco, jouer in francese, che significano al tempo stesso “giocare” e “recitare”. Già dal decimo mese, il bambino per la prima volta sperimenta il “fare finta”: come quando finge di dormire, per poi svelare il trucco quando i genitori sono vicini, e si diverte per la sorpresa. Richard Courtney chiama questo evento primal act: act indica sia l’azione in quanto tale, sia in riferimento all’azione teatrale (acting = recitare); mentre primal ha insieme il significato di primario, originale e primitivo. Col “far finta” entra nella vita del bambino la possibilità di rielaborare immaginativamente gli elementi della propria realtà, il mondo viene ricreato secondo i propri bisogni e desideri; e creare il mondo significa creare se stessi. Si sperimenta così la libertà del gioco, che fonda la possibilità stessa della libertà personale. Ed il teatro, luogo immaginativo per eccellenza, è uno dei possibili strumenti con cui far germogliare immaginazioni creative, originali, peculiari: esercizio di libertà”).

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