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Libri e ragazzi - Fabrizio Gatti - Quando la notizia è una bufala
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Fabrizio Gatti - Quando la notizia è una bufala
Fabrizio Gatti - Quando la notizia è una bufala
Le notizie sbagliate sono come un sassolino in grado di scatenare una valanga: intervista al giornalista Fabrizio Gatti, realizzata da Domenico Coviello. 

Le notizie sbagliate sono come un sassolino in grado di scatenare una valanga. Non sempre vengono “sgonfiate” dalla verità ripristinata, tornando a essere ciò che sono, ossia le cosiddette “bufale”. Anzi. Spesso, per il solo fatto di apparire su un organo di informazione, magari molto prestigioso, le false notizie non verificate appaiono ineluttabilmente vere. E danno vita a conseguenze imprevedibili. Da piangere. O da ridere (ma con parecchio amaro in bocca). La storia di come nasce ed evolve una notizia falsa è raccontata da Fabrizio Gatti ne L’Eco della frottola. Il lungo viaggio di una piccola notizia sbagliata (Rizzoli, 2010). Un testo “nato quasi per gioco”, racconta Gatti. Un libro rivolto ai ragazzi perché imparino divertendosi ma anche ai grandi, perché si guardino allo specchio.
Fabrizio Gatti, comasco, classe 1966, inviato dell’Espresso, è celebre a livello internazionale per inchieste, reportage e libri pluripremiati come Bilal. Il mio viaggio da infiltrato nel mercato dei nuovi schiavi (Rizzoli, 2007): un percorso, compiuto di persona, travestito da emigrante, dal Senegal all’Italia attraverso il deserto del Sahara, per raccontare dal di dentro i viaggi della speranza di milioni di poveri verso il mondo ricco. Un metodo di lavoro da cronista di razza, il suo. A volte discusso. Che però ha permesso di svelare realtà altrimenti censurate, come, per esempio, la vita degli uomini e delle donne immigrati e senza documenti rinchiusi nel centro di permanenza temporanea di Lampedusa, dove i giornalisti non potevano entrare.
Con il suo libro L’Eco della frottola, Gatti torna a rivolgersi anche ai ragazzi, dopo l’esperienza di Viki che voleva andare a scuola. La storia vera di un bambino albanese in Italia (Fabbri, 2003). Questa volta per parlare loro di informazione e giornali.
Gatti, come spiega il giornalismo a un ragazzo?
I giornalisti sono cittadini come gli altri, né strani personaggi, né eroi. Sono, o dovrebbero essere, professionisti che vanno in un posto, vedono, e raccontano ciò che hanno visto. Raccontano le storie che scoprono, mettono insieme i fatti e li spiegano. Con l’obbligo etico e deontologico di dire sempre la verità. Cosa, quest’ultima, a cui gli altri cittadini non sono obbligati.
Per entrare nel mondo dei media, che consigli darebbe?
A un ragazzo direi parecchie cose…
Partiamo da una premessa allora.
Beh, gran parte di quello che accade un giovane non lo vedrà mai sui giornali o in Tv. La democrazia e la trasparenza non sono acquisiti una volta per tutte. Mentre i fatti avvengono ci sono gruppi di interesse che agiscono contro la verità e fanno circolare false informazioni. E poi ci sono giornalisti che assumono l’etica del proprio editore in cambio di posti in carriera, o per spirito di partigianeria e appartenenza a un gruppo. Anche per questo meglio seguire alcune regole.
Quali sono?
Leggere. Leggere il più possibile, anche e soprattutto libri. E comunque mai sempre e solo lo stesso giornale ma più giornali. Per avere più fonti di informazione. Per essere pronti anche a cambiare idea, se necessario. Poi, tenere la testa accesa: coltivare sempre il dubbio, che da Cartesio in poi, per noi europei è il motore della conoscenza. Il dubbio non solo sull’onestà o la buona fede delle notizie che i giornalisti danno, ma anche sulla loro completezza. Di fronte a un media, inoltre, bisogna chiedersi: chi sono i proprietari? Che interessi hanno? Perché certi editori sono lì per condizionare la libertà d’informazione, e non per favorirla.
I ragazzi di oggi però spesso le notizie le leggono su Internet o sul telefonino. Che differenza c’è?
Torniamo al punto di dire la verità sempre. Non è che se vado sul web trovo più verità che sui media tradizionali. Vale anche in questo caso la regola di dubitare sempre. Anzi, se possibile, di più. Perché attenzione: le poche righe di notizie sui cellulari o via Twitter potrebbero essere facilmente infiltrate. Anche per questo, meglio approfondire le informazioni e interagire con i libri, di carta o elettronici non importa.
Ma attraverso telecamere, cellulari, siti web dove postare i video autoprodotti è arrivato il citizen journalism...
Anche solo rispetto a 10 anni fa, certo, la tecnologia consente ai lettori di diventare testimoni dei fatti molto più che in passato. E in qualche modo il cittadino diventa giornalista. Però i cronisti sono poi quelli che devono cercare un filo di Arianna nella realtà, riavvolgerlo e raccontare la verità.
Ne L’Eco della frottola, fra i molti temi toccati, c’è anche quello dei lettori che a volte non sono pronti alla verità dei fatti.
Ho capito con l’esperienza che questo è vero: la verità va detta ma ha bisogno di tempo per essere accettata e compresa. Quando ho scritto Bilal, raccontando di gente presa a bastonate, uccisa o morta di sete, amici, colleghi e lettori mi dicevano “ma sono storie da Medioevo!”, quasi che si trattasse di cose lontane. Invece è la verità del mondo in cui viviamo oggi.
Spesso per i suoi reportage lei agisce sotto copertura, si traveste, si “infiltra”. Come quando è diventato il curdo Bilal, o il bracciante raccoglitore di pomodori in Puglia. C’è chi sostiene che il giornalismo non dovrebbe ricorrere a questi mezzi per raccontare la realtà.
I miei travestimenti si sono resi necessari per dire ciò che nessuno poteva raccontare. Sul caso delle violenze all’interno del centro di permanenza temporanea di Lampedusa, per esempio, avevo avuto notizie di soprusi, le autorità smentivano, ma non c’era possibilità di verificare di persona. Perciò mi sono finto immigrato senza documenti: è stata una scelta. È il metodo dell’osservazione partecipante, che deriva dall’antropologia. E poi quando raccontiamo di violenze e violazioni dei diritti umani è bene raccontare il punto di vista delle vittime, non per compiere una forzatura etica, ma per una maggiore autenticità.
Quali esempi farebbe a un ragazzo per spiegare una falsa notizia e invece un’inchiesta che svela una verità nascosta?
Due casi storici, sempre validi. Per come può nascere e circolare una bufala, Orson Welles che alla radio americana, nel 1938, mette in scena “la guerra dei mondi”, racconta in diretta lo sbarco dei marziani e semina il panico fra gli ascoltatori. Per le inchieste quella sul Watergate dei reporter del Washington Post Bob Woodward e Carl Bernstein, a seguito della quale il presidente Usa Richard Nixon si dimise.

(da LiBeR 90)

 
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