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Ciò che cerco è raccontare
Ciò che cerco è raccontare

Il mestiere solitario, ma fortunato, di illustratore
di Roberto Innocenti

In occasione del conferimento del premio Andersen 2008, tenutosi a Copenhagen il 7 settembre 2008 – premio istituito dall’IBBY, organizzazione internazionale che promuove la letteratura per l’infanzia – Roberto Innocenti, nel suo discorso di ringraziamento, ha spiegato l’emozione per l’evento e i risvolti del suo lavoro.
Già LiBeR 79 aveva dedicato ampio spazio al premio, istituito dall’IBBY, per la storia e per il prestigio acquisiti equivale a un Nobel per la letteratura per l’infanzia, un riconoscimento dunque eccezionale che, tra gli autori italiani, era stato assegnato nel 1970 solo a Gianni Rodari. La motivazione della giuria internazionale nell’assegnare il premio a Roberto Innocenti ha puntato sulla sua capacità “di rappresentare in modo formidabile vari generi. Le sue storie di guerra, e in modo specifico la sua rappresentazione dell’olocausto, invitano i giovani a riflettere su seri problemi del mondo. è capace di rappresentare i temi della letteratura per l’infanzia partendo sempre da un diverso punto di vista. Il potere narrativo delle sue immagini è impareggiabile”.
Con il numero 81, LiBeR è tornato sull’argomento pubblicando integralmente il discorso di ringraziamento pronunciato dall’illustratore a Copenhagen, per la pregnanza dei contenuti espressi su temi di fondamentale importanza quali il rapporto con il “pubblico” dei ragazzi, gli aspetti narrativi dell’illustrazione e non ultime le profonde differenze esistenti tra l’editoria italiana e quelle di altri Paesi.

Il mio è un mestiere solitario, quasi monastico. Per molte ore al giorno, quando lavoro, mi faccio domande, proposte, ipotesi e mi rispondo da solo, ottenendo fra i molti dubbi, piccole certezze. Non cerco di immaginarmi un pubblico, chi e come potrebbero essere i miei lettori, cosa potrei fare per incontrare i loro gusti, o intuire le loro possibili preferenze. Sarebbe un’“indagine di mercato” molto approssimativa, ma potrebbe finire col somigliare a quelle vere che, puntando sulla quantità, tendono a semplificare. Io credo di essere un po’ complicato, e non mi rimane altro che sperare che al mondo ci siano tante persone complicate. Allora lavoro cercando di fare contento me. Penso di essere il mio critico più severo, a giudicare da quella certa paura che precede la pubblicazione di ogni libro.
Il numero delle copie vendute non è di per sé un giudizio favorevole, scontato. Se ogni lettore dà un giudizio diverso – poiché fortunatamente diversi sono i modi di vedere e interpretare un libro – è impressionante, se si vendono migliaia di copie, pensare a migliaia di giudizi.
Durante i periodi di attività intensa, la voce dei miei pensieri è calma e suadente, parlo correttamente la mia lingua, senza inflessioni dialettali. Quando inizio a pensare, uscendo dai lunghi silenzi di lavoro, la mia voce mi sorprende; non è gradevole e autorevole come quella che sento dentro di me, e ha un forte accento toscano.
Il mio è un mestiere fortunato, mi piace molto. Se all’apparenza è innegabile che la parte preponderante è il disegno, la pittura, nell’essenza vera, e spero nel risultato, ciò che cerco è raccontare. Mi pare questo un privilegio enorme, che regala al mio fare un piacere, una contentezza di fondo, che c’è nell’intento e nel quotidiano, che mi aiuta a trovare i colori giusti, a sentirmi meno solo.
Il mio lavoro è rivolto al pubblico, ma non è come a teatro, dove il giudizio è immediato, e le reazioni si manifestano subito. Momenti tremendi di tensione che subito si sciolgono, sperano gli attori, in un’ovazione. Anche dopo molto tempo che il mio lavoro è finito, vengo a conoscere soltanto il numero delle copie vendute, o in quante lingue diverse. È quando incontro il pubblico vero, non virtuale, fatto di persone, soprattutto di ragazzi, nelle scuole, che il mio mestiere diventa bellissimo, e allora vorrei altri cento anni per raccontare altre cento storie, magari aggiornando lo stile. È stato bello, dopo anni di dubbi atroci, scoprire che i ragazzi capiscono tutto, e non temono, anzi adorano le complicazioni e che “semplificare” in loro nome non nasconde un sacrificio d’autore, ma una autorevole ignoranza. La semplicità è ben altro, quando è unita alla cultura e al gioco è la vetta che vorrei scalare.
L’illustrazione è un modo di raccontare con molti vantaggi e non pochi limiti. Non ha bisogno di traduzioni per essere capita in ogni parte del mondo, però non arriva a certe profondità proprie delle parole scritte. Invidio, nella scrittura, la possibilità delle descrizioni che riguardano i pensieri, le sensazioni, l’io profondo, i sentimenti nascosti. Vedere il protagonista non aiuta certo a identificarsi con lui.
In compenso raccontando una storia illustrata, o una storia parallela a quella del testo, si possono ampliare le informazioni, l’ambiente, descrivere il contesto storico e sociale, e vagare liberamente nel paesaggio, perfino accennare altre storie secondarie.
Eppure, insieme o da sole, le parole scritte e le immagini fisse sono un mezzo culturale e un patrimonio insostituibile.
L’importanza dell’opera dell’IBBY (International Board on Books for Young people) credo sia inutile ripeterla. Promuovere e diffondere la lettura è, a parte l’onere, certamente un impegno riconosciuto e gratificante, ma penso che ancora oggi al mondo ci siano luoghi e regimi dove la lettura, e quindi la conoscenza e la cultura non siano gradite o comportino dei rischi. Ci sono luoghi dove oltre l’impegno ci vuole coraggio.
Ho già scritto da qualche parte che nelle parole mi ci perdo, nelle figure mi ci trovo. Cerco di ringraziare l’IBBY con le parole che trovo, spero siano adatte.
Tutti noi sappiamo che esiste il premio Nobel, e che a qualcuno verrà assegnato. Non penso mai che lo assegnino a me. Lo stesso valeva per il Premio Hans Christian Andersen. Non me lo aspettavo proprio. Mi ha fatto un effetto come se dentro a un aeroporto affollato fosse stato annunciato il mio nome, preceduto da un titolo onorifico importante. In effetti mi hanno intervistato giornali e periodici, radio, tv, quasi fossi un calciatore, o fossi diventato famoso come uno stilista di moda.
Vorrei aggiungere una breve nota al mio ringraziamento, qualcosa che sento il dovere di spiegare. Il primo libro da me ideato si chiamava Rosa Bianca. Lo avevo pensato per i ragazzi italiani, per i genitori italiani, per gli insegnanti italiani, per la Scuola della Repubblica Italiana. Ero riuscito con molta fatica a trovare lo stato di grazia per raccontare in modo pulito, e spero delicato, una pagina triste e tremenda della storia contemporanea, adatta ad aprire un dialogo fra bambini e adulti. Il libro fu rifiutato dall’editoria italiana, anche dalla più qualificata. Forse consideravano scomodo pubblicare l’estrema conseguenza della più nefasta invenzione italiana: il fascismo.
La pubblicarono molti editori stranieri, e i ragazzi, e i genitori, gli insegnanti che la adottarono furono per molti anni stranieri. Rosa Bianca è stata la mia piccola Alice che mi ha indicato la strada per quel paese delle meraviglie che si chiama Mondo.
L’editoria estera mi dava più libertà e la dignità che viene riconosciuta al lavoro. Per lungo tempo è stato così, e per questa ragione i diritti di stampa per i miei libri non sono in Italia. Non posso cambiare questa realtà anche se adesso, in ritardo, sono pubblicato nel mio Paese e nella mia lingua.
Ho spiegato questo perché Rosa Bianca è diventata anche il mio personale termometro della Democrazia in Italia. Attualmente una strega cattiva l’ha fatta diventare una fiaba senza luogo e senza tempo, perché la Storia Contemporanea e la Geografia sono state cancellate come materia d’insegnamento dalle scuole elementari della Repubblica Italiana nata da chissacosa, fondata su chissacché. Il mio termometro mi fa pensare che la democrazia italiana non sta per niente bene. Aspetterò che guarisca, da cittadino della Repubblica Italiana nata dalla Resistenza e fondata sul Lavoro. Credevo che la parte più difficile fra le cose che volevo dire fosse quella dovuta ai ringraziamenti, con i suoi rischi delle parole scontate, della retorica, della banalità. Ero molto preoccupato. Non è così.
Pensando alla mia vita da illustratore, in corso da 25 anni, con precedenti trascurabili, mi sono ricordato che con la sola eccezione di certi, tanti, editori italiani, tutti gli altri, scrittori, colleghi, editori, bibliotecari, critici, giornalisti, sono sempre stati un mondo non solo aperto, ma amichevole; e sempre, anche quando ero molto marginale, ha mostrato le sue gentilezze, la sua “diversità”, che mi hanno stupito. Spero di aver ricambiato in tutto questo tempo, l’amicizia e la simpatia che era per me come tra tutti noi.
Quando ho descritto le sensazioni di quel mestiere solitario, forse parlavo di qualcosa che ci accomuna tutti, forse è per questo che ci riconosciamo e ci facciamo festa, comunicando con lingue possibili e anche impossibili.
Ringrazio l’IBBY, la giuria, la bellissima Copenhagen che ci ospita, che è il proseguimento di questa festa, e mentre continuo a domandarmi “perché proprio io” devo dirvi che sono molto felice di far parte del vostro Mondo senza frontiere. Auguro di nuovo all’IBBY un lavoro sempre più proficuo e gratificante.

 
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