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Libri e ragazzi - Argomenti - Argomenti - Famiglia adottasi - Leggere per adottare... - Antologia di saggistica
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Leggere per adottare... - Antologia di saggistica
Leggere per adottare... - Antologia di saggistica
Una breve “antologia” come strumento per i genitori, spesso alla ricerca di soluzioni per aiutare i figli, per superare disagi, ma anche per gli insegnanti, troppo spesso soli davanti ai bisogni dei bambini, per aiutare a comprendere meglio la realtà dell’adozione

A cura di Barbara Confortini

Il mondo editoriale ha seguito lo svilupparsi del fenomeno dell’adozione con la pubblicazione di molti testi e articoli sull’argomento. Purtroppo il panorama non è vastissimo anche se non mancano buoni testi per un percorso informativo e anche di approfondimento delle tante tematiche inerenti l’adozione. È interessante distinguere come è diversificata la produzione editoriale secondo il target cui è diretta: per professionisti e operatori ci sono testi legislativi, manuali, testi di approfondimento di psicologia, sociologia, antropologia. Per i genitori aspiranti o adottivi: guide e manuali per la preparazione all’adozione e per l’informazione, narrativa e raccolta di testimonianze.

Adottare perché

“Sapeva quale fosse la cosa veramente peggiore. Era il nulla. Quando non c’era nessuno a cui importasse qualcosa di ciò che ti capitava. Era il non appartenere a nessun luogo e a nessuna creatura. Ecco cosa c’era al Primo Posto dell’elenco delle Cose Veramente Peggiori” “È un ragazzo difficile, David, è un ragazzo solo, David, è un ragazzo che ha conosciuto la sofferenza, l’abbandono… David… un solo nome, una grande storia”.
“‘Che cosa pensi che voglia dire ‘appartenere’ ? Vuol dire prendersi cura l’uno dell’altro. Vuol dire prendersi a cuore il destino di qualcun altro. Prenderselo a cuore tanto da volere che non gli capiti niente di male, anche quando questo significa non poter avere ciò che si vorrebbe… due amici appartengono l’uno all’altro”. “Per formare una famiglia non c’è bisogno di essere parenti. Essere una famiglia significa prendersi cura l’uno dell’altro”.
T. Hayden. La cosa veramente peggiore, Milano, Corbaccio, 2006.

“Immaginate che straordinaria occasione avete come genitori adottivi: tutta una vita per trasformare l’infelicità in felicità e una fragilità potenziale in forza”.
“Nonostante il loro smarrimento di fronte alle valutazioni psicologiche e la collera e il rancore nei riguardi di questo o quel funzionario, i genitori di bambini adottivi sono i primi ad ammettere che per adottare bisogna avere delle qualità particolari. Ciò non significa che queste particolari qualità li rendano superiori agli altri, li rendono solo più capaci di rispondere alle esigenze di un bambino adottato. Diventare genitori adottivi vuol dire accettare di assumersi notevoli rischi.
Questo è un fatto poco noto ai genitori e non abbastanza noto a coloro che si occupano di cure mediche. L’opera vuole riempire un vuoto negli atteggiamenti e nelle conoscenze pediatriche dato che quello delle adozioni internazionali è un fenomeno relativamente recente. Aiuterà i bambini ‘nati altrove’, che sono anche dei viaggiatori precoci; sarà di beneficio a coloro che, prima dell’arrivo di questi bambini, erano in procinto di esser genitori o lo erano solo nel desiderio; inoltre darà una dimensione storica e universale all’infanzia internazionale. Per gli autori questa non è teoria, ma esperienza quotidiana.
Prepararsi a diventare genitori significa anche preparare le risorse, cioè sapere a chi rivolgersi in caso di problemi, quindi trovare un pediatra, incontrare un infermiere specializzato nei problemi dell’infanzia per ricevere consigli, trovare un dentista, organizzare le visite dell’assistente sociale e così via. Gli adottanti devono essere consapevoli di queste eventualità prima dell’adozione perché questo tipo di bambino ha bisogno di cure speciali che non tutti i genitori adottivi sono in grado di offrire”.
J.F. Chicoine, P. Germani, J. Lemieux. Genitori adottivi e figli del mondo, Trento, Erickson, 2004.

“Ecco tutto. Ecco perché adotto un bambino. Adotto? Perché adotto? Non dicevo ‘adotto’ quando accoglievo il C. (il primo figlio biologico) per la prima volta fra le mie braccia. Perché questo verbo che sa di carta bollata, cancellerie di tribunali e consultori familiari? L’attributo ‘naturale’ sembra essere prerogativa della procreazione biologica, come se la mia gravidanza adottiva fosse innaturale, una cosa strana”.
Figli si diventa. Bambini e genitori nell'adozione internazionale, I libri di Sant'Egidio, Leonardo International, 2006.

“Il percorso di preparazione all’adozione è complesso, in quanto raccoglie in sé prospettive e punti di vista molto lontani tra loro: quello del genitore che desidera un figlio, del bambino che cambia famiglia, degli operatori che lavorano per rendere possibile e sereno questo incontro. Un altro livello di complessità è dato dalla capacità di affrontare e confrontarsi con soggetti che rimangono vivi nell’immaginario, anche se non occupano uno spazio reale nelle relazioni familiari: i genitori biologici, le persone conosciute nel paese d’origine. Questi sono gli aspetti che rappresentano il filo conduttore di tutto il percorso di formazione proposto, che confluisce, nelle conclusioni, in una riflessione sul ciclo di vita della famiglia adottiva. La possibilità di prepararsi a un’esperienza particolare come questa non può essere realizzata se non da un’attenta considerazione e maturazione di quelli che sono gli eventi, le problematiche psicologiche e i diversi protagonisti nei momenti principali della loro vita. Prepararsi all’adozione è quindi nel contempo un itinerario di formazione per le famiglie adottive e una riflessione sulla genitorialità adottiva.
Ogni esperienza relazionale che agisce nel profondo ha bisogno di uno spazio e di un tempo interiore che permette l’elaborazione. Sono gli obiettivi di questo itinerario formativo, che si conclude al momento dell’ingresso del bambino in famiglia”.
L. Paradiso. Prepararsi all’adozione, Milano, Unicopli, 1999.

“Perché vuole adottare? Questa domanda vi perseguiterà.
Psicologi, medici, legali, giudici, assistenti sociali, uscieri di tribunale, passanti … si sentiranno in diritto di chiedervi sempre la stessa cosa, questa. E voi vorreste rispondere. Peccato che una risposta non ci sia. Non esiste una risposta valida per tutti a questa domanda come non c’è mai una risposta univoca, semplice, valida per tutti al perché due persone decidano di mettere al mondo un figlio.
Alla base della scelta adottiva c’è spesso una sentenza crudele: uno dei due partner, o entrambi non possono procreare. Una condanna spesso inappellabile che colpisce come una mannaia alla fine di lunghe analisi e visite mediche. Dunque il desiderio di un figlio proprio, in cui specchiarsi e ... cercare le somiglianze fin dal giorno in cui siete sicuri della sua permanenza dentro l’utero materno, è certamente forte e comprensibile. Ma è sufficiente a motivare tutti gli sforzi e le frustrazioni a cui la coppia sterile si sottopone? E tutto questo cosa c’entra col desiderio di avere un figlio? Ancora oggi la maggior parte delle coppie che si rivolgono all’adozione lo fanno, almeno inizialmente, come ultima spiaggia prima della rinuncia definitiva ad avere figli. Ma questo è sbagliato, e prima o poi anche queste coppie ne prendono coscienza: l’adozione non è mai, non può essere un ripiego a un figlio che non arriva: l’emozione che si prova per un figlio adottato è in tutto simile a quello che si prova per un figlio nato dalla pancia.
Avete fatto la scelta di adottare: adesso viene il bello. Innanzi tutto dovete recarvi in un tribunale per i minorenni per depositare la domanda. Il tribunale inoltrerà il vostro fascicolo a un servizio sociale, che inizierà la fase istruttoria. Ricordatevi: nel caso siate orientati a ottenere un’adozione nazionale potrete depositare la domanda in più tribunali per i minorenni, persino in tutta Italia.
Al tribunale, o più spesso al servizio sociale a cui vi avranno indirizzati, vi spiegheranno con precisione l’iter che dovrete seguire per poter essere ammessi al colloquio con i giudici che decideranno la vostra idoneità a diventare genitori adottivi”.
M. Scarpati. Adottare un figlio, Milano, Mondadori, 2000.

“Prima di intraprendere il percorso dell’adozione [è necessario] intraprendere un corso intrapsichico che gli psicologi chiamano “elaborazione del lutto”: elaborare il lutto, il senso di perdita per il figlio desiderato mai nato è un passaggio obbligato per molte coppie adottive, che per essere aperte e disponibili verso l’altro bambino devono avere prima superato il dolore di non averne avuto uno proprio. Superata la fase del chiarimento arriva il momento di avanzare al tribunale dei minorenni la richiesta formale di adozione. Ciò implica la produzione delle cosiddette “carte” e una serie di colloqui con gli operatori che hanno il compito di valutare l’idoneità degli aspiranti genitori. Ci si trova dunque instradati in un duplice percorso: uno burocratico e uno esperienziale. Se il primo percorso è freddo e qualche volta esasperante, il secondo dovrebbe invece avvenire all’insegna della collaborazione. Un genitore naturale non deve sottoporsi a nessuno scrutinio né accetta che degli estranei si intromettano nella costruzione della sua famiglia, i genitori adottivi invece non hanno scelta: i primi passi che compiono devono farli insieme a degli estranei. Si capisce come alcuni vivano questa fase con fastidio”.
A. Oliverio Ferraris. Il cammino dell’adozione, Milano, Rizzoli, 2002.

“Credo di dover iniziare dall’inizio, o la storia si complica. Ma l’inizio dov’è? Il mio inizio, l’inizio di un’adozione, dove devo andare a prenderlo? Ecco è nata lì la faccenda, ne sono sicurissima”.
“Lo specialista era uno serio. Ci sottopose a un paio di esami di routine, poi disse così: ‘Vi consiglio due cose: o andate a Lourdes, o adottate’. Io ancora penso a quel dottore con immensa gratitudine, perché con la sua chiarezza e correttezza ci ha evitato anni di tormenti che conosco invece non sulla mia pelle, ma su quelle di molte delle mie amiche. Per quanto riguarda Lourdes la proposta fu subito scartata, per motivi non solo religiosi ma anche pratici. Conclusione: dopo una settimana eravamo al Tribunale dei Minori di Roma, un posto tetro che più tetro non si può, circondato da una cancellata altissima.
All’interno era ancora peggio: oscurità, scale attorcigliate che non si capiva bene dove portassero: davvero come prima prova non c’è che dire, ben studiata per scoraggiare i pavidi. Trovata la stanza giusta con due seggiole mezze rotte incontrammo una giovane e bionda assistente sociale che ci diede l’elenco dei documenti. Per chi ancora non lo sapesse le idoneità sono due, una per l’adozione nazionale e l’altra per l’adozione internazionale.
La prima non sai se te la danno o meno, se vieni inserito in una misteriosa lista, se dipende dal giudice che ti ha giudicato, se esiste davvero oppure fanno finta. L’altra idoneità è quella internazionale, che è un pezzo di carta con tre date diverse così non sai mai bene quando ti scade”.
M. La Rosa. Ci siamo adottati, Roma, Magi, 2003.

Una famiglia un po’ speciale

“Il racconto dell’adozione, invece, nasce nella relazione tra mamma, papà e figlio: tutti sono protagonisti della loro storia. Insieme si affacciano sul passato per dare un senso al presente, per collegare eventi vissuti in due realtà diverse. Raccontare l’adozione è quindi il percorso che consente di unire una spiegazione a un ricordo, di capire ed essere consapevoli fino in fondo del percorso che si è compiuto insieme come famiglia adottiva. Il racconto dell’adozione è un momento centrale della vita della famiglia adottiva perché mette in gioco nello stesso tempo tutti gli attori del percorso adottivo. In realtà il racconto adottivo è lo strumento per costruire il legame affettivo: le parole permettono di soffermarsi sulle emozioni, rendono vivi e presenti gli eventi vissuti, adeguano i ricordi ai bisogni dell’oggi. La meta del racconto adottivo è il ritorno alle origini, ossia la possibilità di riavvicinarsi al passato, di rivisitare gli esordi del percorso adottivo: dal desiderio dei genitori, ai primi momenti col bambino, al viaggio adottivo, alla scoperta del nuovo ambiente e delle nuove emozioni. È un’occasione per il bambino di ricordare le persone che l’hanno accudito prima dell’adozione e di valorizzare il luogo in cui ha vissuto, mentre per i genitori adottivi costituisce il ritorno alla loro scelta, alle immagini, ai desideri, ma anche alle incertezze e ai dubbi del loro progetto adottivo. Il bambino è accompagnato dai genitori nel delicato compito di affrontare la sua storia, di riconoscerla e di accettarla: questo è possibile soltanto se le persone a lui vicine lo aiutano a capire i motivi e gli eventi che hanno spinto i genitori biologici a lasciarlo e quelli adottivi a scegliere l’adozione, per cercare di comprendere il significato delle scelte di ambedue i genitori. Ogni famiglia ha bisogno di ricordare le situazioni che rappresentano l’incontro e l’unione dei suoi membri, deve mantenere vivo il passato nel presente, per proiettarlo successivamente nel futuro”.
L. Paradiso. Raccontarsi l’adozione,Roma, Armando, 2004.

“Il primo scopo di un’esperienza di accompagnamento alla coppia adottiva (o che vuole diventarlo) è quello di accogliere, comprendere, ascoltare. La coppia giunge al consultorio dopo diversi mesi dall’inizio del percorso in cui si è resa disponibile all’adozione. E durante i quali ha affrontato diversi colloqui con i vari operatori. In questi colloqui molto spesso si è sentita giudicata, ha avuto la sensazione di essere sotto esame, ha avvertito la necessità da parte delle istituzioni di perseguire e tutelare. Per questo fatto è importante trasformare il percorso preadottivo da obbligatorio a occasione di confronto, maturazione, cambiamento: un’opportunità, un’occasione di arricchimento, un momento di preparazione all’evento adozione in cui la coppia accetta di prendere in mano la propria formazione e di responsabilizzazione. È fondamentale che si crei un patto tra gli accompagnatori e la coppia e ci sia un rapporto di reciproca fiducia tra gli uni e gli altri. È necessario porsi a fianco della coppia che desidera adottare”.
L. Della Scala, Famiglia Ralli, R. Ragonese. Il dono di due diversi amori, Roma, San Paolo, 2004.

E Nikolaj va a scuola

“Mrs. Hallowell camminava avanti e indietro mentre tutti eseguivano gli esercizi. Si fermò accanto a David: . ‘Non importa – disse, vedendo tutte le cancellature che aveva fatto – domani andrai da Mrs. Chisholm pr la lettura e la matematica. È la nostra insegnante di sostegno’. David si ripiegò su stesso. ‘Non preoccuparti, è difficile abituarsi a una scuola nuova. Ti capisco’. David pensò che più o meno al quindicesimo posto nell’elenco delle cose veramente peggiori c’erano le insegnanti che credevano di capire”.
T. Hayden. La cosa veramente peggiore, Milano, Corbaccio, 2006.

“Nascere attraverso l’adozione significa percorrere la vita con la necessità di saper intrecciare assieme le varie trame della propria storia. Ne risulterà alla fine una stoffa ricca e multicolore, ma ci vorrà tanta pazienza e anche fatica, soprattutto per cominciare a mettere assieme i primi fili, quelli che sembrano non avere né sfumature né consistenza, i fili fantasma della prima infanzia e della nascita. Questo è il grande sforzo di chi ha una vita segmentata da vari passaggi distinti fra loro: la famiglia d’origine, l’istituto, la famiglia definitiva.
‘Raccogliete in una scatola tutte le cose di quando siete nati’, ‘Chiedete a mamma se ha la vostra prima ecografia, ricostruiamo insieme la vostra storia’.
Questi sono alcuni dei progetti che vengono proposti ai bambini della scuola materna e dei primi anni delle elementari. Sono progetti importanti perché aiutano il bambino a crearsi un’idea del tempo che passa, a capire come si nasce, a dare forma visiva all’essere stati nella pancia della mamma, a capire che la mamma è colei che ti ha tenuto in grembo.
Ma cos’è una mamma? Sicuramente non è solamente una donna che ha avuto nella pancia un bambino. Prima si concepisce un bimbo, lo si cresce dentro di sé, e poi, quando nasce, gli si diventa madre, lo si adotta, ossia lo si cura, lo si ama, lo si educa, lo si istruisce, lo si aiuta a crescere. Nella vostra classe possono esserci bimbi che hanno avuto, nella loro storia, due madri: chi è stato abbandonato può avere ricordi di istituto, ma le sue origini sono avvolte dalla nebbia. E i bimbi figli attraverso l’adozione internazionale? Certo ci saranno foto di loro piccoli (addirittura con i genitori se l’adozione è avvenuta nei primi mesi di vita), ma mai appena nati, mai un’ecografia. E allora? Cosa può fare una maestra? La scuola non può e non deve farsi artefice di rivelazioni che possano essere traumatiche per il bambino o la bambina. Nessuno dovrebbe mai essere spinto a parlare della propria intimità.
Il dialogo con le famiglie è fondamentale: saranno loro a dover dire alle insegnanti cosa il bimbo conosce della propria storia e come reagisce a una rielaborazione della stessa”.
A. Guerrieri, M.L. Odorisio. Oggi a scuola è arrivato un nuovo amico, Roma, Armando, 2003.

“L’ingresso alla scuola dell’infanzia, e ancora di più alle elementari, è un momento molto importante e delicato. Poiché è fondamentale e consigliabile che la prima esperienza sia positiva. La scuola è un grande mediatore culturale e come tale può essere il maggior vettore di integrazione, ma anche di emarginazione.
Che cosa vuol dire ingresso a scuola? L’espressione non ha di per sé un significato positivo; siamo noi a darglielo. Un bambino porta con sé un vissuto che un qualche modo è chiamato a elaborare: è la sua doppia genitorialità, sulla quale deve confrontarsi con i suoi pari, con la complicazione talvolta data dai suoi tratti somatici. L’importante è l’atteggiamento che l’insegnante assume nei confronti del bambino, o più in generale verso il problema della differenza etnica.
Chi tende a commiserare o proteggere l’alunno invia un messaggio di diversità e svalutazione che ha una valenza negativa. Differenziare il proprio comportamento e le proprie richieste verso i bambini di cultura diversa perché sono immigrati o adottati vuol dire farli sentire ancora più bisognosi, in quanto senza famiglia”.
S. Giorni. Figli di un tappeto volante, Roma, Magi, 2006.

“... e Nikolai va a scuola. Tutti gli hanno fatto una testa così, nel suo zainetto ci sono tante belle cose nuove. Anche il grembiulino è nuovo. Certo ci sono anche i libri, scritti in quella nuova lingua non sempre facile da capire. Due sono le prime decisioni che la mamma del nostro Nikolaj ha dovuto prendere quando appena arrivato si è trattato di iscriverlo nella prima scuola italiana. La prima: sarà il caso di inserirlo subito o aspettare? La seconda: in che classe sarà meglio iscriverlo? In una classe corrispondente alla sua età o al suo livello di apprendimento? La scuola non è solo il luogo dove si imparano le tabelline e l’alfabeto.
È un luogo in cui soprattutto si impara a stare con i compagni e con gli adulti, è un luogo di socializzazione. Per tutti. Sembra che via via che impara la lingua nuova, Nikolaj dimentichi la propria. E talvolta proprio mentre i suoi genitori adottivi si sforzano di ricordargliela.
Sta alla scuola fare un progetto di integrazione avendo come obiettivo l’accoglienza e l’integrazione anche dei bambini stranieri adottati.
Esaminiamo le difficoltà che il nostro Nikolaj può trovare, nella nuova scuola.
In cima alla lista per tutti, genitori e insegnanti, c’è il problema della lingua nuova. Come farà a farsi capire a scuola? Come farò a farmi capire da lui a scuola, come faccio a insegnargli le altre materie se prima non gli insegno l’italiano? E come faccio a insegnargli l’italiano quando il resto della classe lo parla già?
La socializzazione non è facile, bisogna superare tante diffidenze: anche il bambino deve imparare ad aver fiducia nel nuovo ambiente, nel quale deve imparare tante cose nuove, a cominciare dalle regole. E vorrebbe conquistarsi la simpatia di tutti, compagni e insegnanti compresi. Sta alla scuola fare un progetto di integrazione avendo come obiettivo l’accoglienza e l’integrazione dei bambini stranieri adottati. In classe il tema della differenza può venir trattato sia riferito al tempo (la storia, la crescita) sia riferito allo spazio (paesi del mondo). Il tema dell’identità può arricchirsi col tema del viaggio (dal paese d’origine.), dall’esperienza”.

“Perché  raccontarsi a scuola è importante, e può essere bello. ma solo quando è il bambino adottato a volerlo fare. Deve essere assolutamente vietato trattare il tema dell’adozione quando il bambino è ancora chiuso in se stesso”.

“Spesso anche il genitore adottivo vorrebbe cancellare ‘quel passato’, ma purtroppo non è possibile, perché il passato incide sulla vita presente di ciascuno di noi. Nel processo di adozione sono sempre insiti dei problemi complessi. Per quanto riguarda i genitori [è possibile] suggerire interventi ‘terapeutici’ pratici, che potranno essere utilizzati nella relazioni per aiutare il bambino a digerire la grande sofferenza subita con l’abbandono.
Chi è la vera mamma? La mamma vera è quella che diventa contenitrice-nutrice, che non risparmia le sue attenzioni, il suo amore, il suo affetto. È la madre che è dentro ogni donna, che parla, pensa, agisce. In realtà, nell’attesa del bambino, la madre ha maturato il ruolo materno nel suo immaginario e ora è lui che deve esprimere le capacità di offrire tutto quel che possiede: una buona madre è in grado di provvedere alle necessità del suo bambino”.
P. Bagdadi Masal. Chi è la mia vera mamma, Milano, Franco Angeli, 2002.

Aiuto, arriva l’adolescenza!

“L’adolescenza come è noto, è una fase dello sviluppo che impegna, indipendentemente dall’adozione, i soggetti della famiglia in specifici compiti di sviluppo coniugali e intergenerazionali: compiti attinenti alla relazione coniugale, a quella genitoriale, e filiale. Con un riferimento all’esperienza adottiva, poi, essa rappresenta un momento emotivo cruciale sia per i genitori, sia per i figli, in quanto sollecita un’ulteriore elaborazione e, potremmo dire, messa a punto del processo di reciproca appartenenza. Il figlio adolescente adottato nell’oscillazione fra ricerca di autonomia, presa di distanza dal passato, dall’immagine infantile del sé e contemporaneo bisogno di creazione di una continuità tra passato e presente, propone ai genitori il tema dell’identità. Il soggetto adottato, che non nasce da un rapporto sessuale tra i due genitori adottivi, ha bisogno di essere, da questi, affiliato con un lavoro di elaborazione , da parte dei genitori adottivi, rispetto alla propria mancata generatività. Si tratta di attivare il passaggio attraverso l’innesto di uno spazio generativo mentale, dall’essere genitori fantasmatici all’essere genitori reali. Da parte sua il bambino necessita, per affiliarsi e collocarsi a pieno diritto nella catena generazionale, di condividere e rielaborare la sua storia e quella della sua famiglia attuale. Rispetto a tali possibilità fondamentali sono le esperienze pregresse di attaccamento del bambino, con i suoi oggetti primari e con i sostituti parentali, nonché la modalità con le quali è stato aiutato a gestire e affrontare le perdite, le separazioni.
Infine, l’adozione rappresenta un sfida e una speranza per tutta la società umana in cui pone l’accento sugli affetti e si qualifica come un intervento finalizzato al recupero del benessere di quei soggetti che risultano privi delle condizioni basilari per il loro armonioso sviluppo psico-fisico”.
Tratto da S. Cavalli. Perché mi hai preso? Bari, La Meridiana, 2005.

“Abbiamo favorito la nascita di gruppi di genitori adottivi perché potessero esprimersi nei confronti con altri adulti nelle loro stesse condizioni , utilizzando un atteggiamento mentale aperto ad apprendere dall’esperienza.
Perché un’esperienza come questa possa diventare significativa, è stato necessario prendere in considerazione le ansie che possono accompagnare un vissuto così profondo come quello dell’adozione. Lo strumento da noi scelto per offrire aigenitori la possibilità di ampliare la conoscenza del loro mondo interno e relazionale esterno, relativo alla loro funzione genitoriale è stato un percorso in cui si è accompagnato un lavoro di gruppo. La proposta dello strumento gruppo poteva permettere ai genitori di ritrasformarsi da ‘genitori per legge’ a genitori per ‘istinto naturale’ legato al desiderio creativo”.

“Affrontare il tema dell’adolescenza, riflettere su questo periodo dello sviluppo pone di per sé molte difficoltà, per cui cercherò di approfondire alcuni aspetti che vengono resi più complessi dalla realtà adottiva. L’adolescenza è una condizione della mente che comporta particolari trasformazioni del sé del ragazzo e della ragazza, che ha inizio sotto la spinta dei cambiamenti puberali. E si conclude con lo stabilirsi dell’identità della persona adulta.
I cambiamenti puberali richiedono al ragazzo/a un lavoro di lutto assai impegnativo, riguardante la perdita del ‘corpo bambino’ ma anche la perdita della relazione infantile che aveva con i propri genitori. L’adolescente manifesta il riemergere su un piano diverso della sua curiosità relativa alla procreazione e ai legami biologici, che ripropongono interrogativi su ciò che ha ricevuto come bagaglio genetico”.
G. Mozzon. Genitori adottivi. Lavorare in gruppi dopo l’adozione, Roma, Armando, 2002.

“Ciascuno di noi conosce il proprio passato, la storia della propria nascita, le proprie origini.
I bambini adottati spesso non hanno questa possibilità e quindi avvertono il bisogno del sostegno e dell’appoggio dei genitori adottivi che costituiscono la loro memoria.
L’adozione diviene quindi, una seconda nascita, non solo del bambino, ma anche dei nuovi genitori che si trovano a rivedere, riscoprire tutta la loro vita e a darle un significato diverso. Ma l’esperienza adottiva non si esaurisce soltanto nel rapporto genitori e figli: essa coinvolge anche quelle persone che quotidianamente hanno rapporti ravvicinati con questi bambini e che, in qualche modo fanno parte del loro mondo. Io rappresento una di queste persone, in quanto da tre anni seguo una bambina adottata, attualmente ha cinque anni. Il nostro incontro mi ha fortemente segnata e portata ascrivere un diario che ho mantenuto nel corso degli anni. La mia esperienza rappresenta una voce esterna al nucleo familiare. Mi sono avvicinata all’adozione con la curiosità di una bambina che apre una porta per la prima volta”.
E. Sposito. Un angelo venuto da Kathmandu. L'incontro con l'adozione, Roma, Armando, 2005.

 
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