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Intervista a Francesco Tonucci
Intervista a Francesco Tonucci

In viaggio con i bambini

Come viene vissuta dai piccoli turisti-esploratori l’esperienza del viaggio? Ce ne parla Francesco Tonucci, responsabile del progetto internazionale “La città dei bambini” in questa intervista rilasciata a Francesca Brunetti.

Intraprendere un viaggio con i bambini vuole dire fare un gioco, un patto. Se dovesse scriverne le regole quali potrebbero essere i punti fermi?
Proviamo a seguire due percorsi: quello di un bambino che si muove tenuto per mano da un adulto e quello di un bambino che si muove da solo.
Nel primo caso il bambino non prende alcuna decisione, o meglio, non può prendere alcuna decisione. Se prova a fermarsi, a raccogliere qualcosa, a modificare il percorso, di solito viene richiamato con le consuete esortazioni: “Non ti fermare sempre!”, “Dai che facciamo tardi!”, “Non toccare che ti sporchi!”. Per l’adulto spostarsi è un trasferimento da un punto di partenza a uno di arrivo, nel tempo più breve possibile, senza incidenti o imprevisti. Non è un caso che i sistemi considerati più efficienti per lo spostamento siano la metropolitana, l’autostrada e l’aereo. Il percorso è una perdita di tempo, va compresso sempre di più. Il percorso si sopporta in funzione del punto di arrivo: una città, un monumento, il ristorante. Ci si muove per arrivare.
Nel secondo caso il bambino è da solo, può decidere, anzi è costretto a decidere. A ogni passo deve scegliere: se proseguire, se cambiare direzione, se fermarsi a osservare qualcosa, se raccogliere qualche oggetto che lo interessa. E ogni decisione che prende comporta delle conseguenze: se si ferma dovrà tener conto del tempo che perde, altrimenti farà tardi, se raccoglie qualcosa dovrà poi nasconderlo perché la mamma non vuole, se cambia direzione dovrà fare attenzione a prendere nota di alcuni indicatori che possano aiutarlo al ritorno a ritrovare il cammino. Va notato che gli indicatori utili per il ritorno occorre prenderli a rovescio, ossia così come si presenteranno tornando indietro! Ognuna di queste operazioni è complessa, ricca di elementi cognitivi, spaziali, affettivi. In un semplice trasferimento dalla sua casa al negozio di frutta il bambino può scoprire sassi di vari colori, foglie secche, piccoli animali, fogli di riviste con strane fotografie (a volte non “adatte” per lui), può cambiare il percorso facendo attenzione a non perdersi, deve poi spiegare alla fruttivendola cosa deve comprare, deve pagare, accettare o rifiutare il fico che gli regala, tornare a casa. Quante cose avrà da raccontare questo bambino alla mamma! Per il bambino spostarsi è un percorso, un itinerario fatto di tanti punti intermedi, ognuno dei quali è più importante del punto di arrivo, che rappresenta solo la fine delle scoperte e dell’avventura. Esattamente il contrario dell’adulto.
“Io”, disse il piccolo principe, “se avessi cinquantatre minuti da spendere, camminerei adagio adagio verso una fontana…”.
Per viaggiare i bambini devono avere cinquantatre minuti da spendere, da perdere se necessario. E poi occorre una fontana verso cui andare. Non è importante arrivare alla fontana, ma compiere un percorso, un’esplorazione, una ricerca.
Quando un adulto viaggia con un bambino bisogna fare una scelta di fondo: si viaggia secondo le regole del primo o quelle del secondo? Si viaggia per arrivare, per compiere un itinerario programmato, con tempi definiti o si viaggia per vedere, scoprire, fermarsi, perdersi?
Ricordo che quando siamo andati per la prima volta a Venezia con i figli piccoli, mentre noi ammiravamo i mosaici della facciata della basilica di San Marco e le diverse prospettive della piazza, i bambini hanno giocato tutto il tempo sui leoni di marmo, salendovi in groppa, guardandoli da tutti i punti di vista, inventando storie e immaginando lotte e avventure. Quella era la loro piazza San Marco, quella la loro Venezia.
Ai bambini interessa il percorso più lungo, il particolare più strano, la sosta irragionevole, il gelato nel momento meno opportuno.
Credo che la regola possa essere questa: accettare, almeno qualche volta, che le regole le ponga il bambino e che noi proviamo a divertirci seguendo le sue modalità, le sue piste, i suoi percorsi. Dovremo rinunciare a qualche programma o tappa che ci sembrava “imperdibile” ma guadagneremo la scoperta di tempi nuovi, di particolari sottovalutati, di scoperte altrimenti impossibili, e conosceremo meglio i nostri figli. I bambini conservano lo spirito dell’esploratore, del ricercatore, del turista vero che noi adulti abbiamo perduto. Noi la città, i monumenti li conosciamo sui libri, e alla realtà chiediamo spesso di confermare semplicemente quelle nozioni: “Ecco, questo è il portale del Bernini, anno tale, commissionato dal tale…”. Il bambino il monumento lo scopre da solo per quello che lo interessa, per quello che lo stupisce. Un bambino di Fano diceva che i monumenti “li fanno per stupire la gente” e uno di Reggio Emilia che i leoni di San Prospero “ce li mettono per fare divertire i bimbi”.
Viaggiare insieme, adulti e bambini, genitori e figli, nonni e nipoti, significa tra le tante cose confrontarsi con opportunità impensabili fino a pochi decenni fa. Tali opportunità sono riconducibili a un turismo di pura evasione (valga quale esempio lo sviluppo dei parchi di attrazione, mete di tanti spostamenti) o invece a un turismo che punta a vedere il mondo. Un mondo che, come scrive Marc Augé (Disneyland e altri non luoghi, Bollati Boringhieri, 1999.) “esiste ancora nella sua diversità. Ma questo ha poco a che vedere con il caleidoscopio illusorio del turismo. Forse uno dei nostri compiti più urgenti consiste nell’imparare di nuovo a viaggiare, eventualmente nelle nostre immediate vicinanze, per imparare di nuovo a vedere”. Un’affermazione del genere è a suo parere condivisibile e rapportabile al tema del viaggio con i bambini e i ragazzi?
Di nuovo gli adulti preparano i luoghi di gioco e di viaggio dei bambini, dimenticando completamente la loro infanzia, i loro divertimenti infantili. A un bambino non piace andare a giocare nel giardinetto vicino a casa con lo scivolo e l’altalena, sotto l’occhio vigile della mamma, e non dovrebbe piacergli andare nei parchi tematici preparati per i suoi viaggi. Il bambino cerca l’avventura, quella vera, dell’incontro con un bambino sconosciuto con il quale stabilire un gioco comune, possibilmente in un posto interessante, ricco di elementi suggestivi e lontano dagli sguardi preoccupati dei genitori. I posti che interessano i bambini non sono i luoghi fittizi costruiti apposta per loro, sia il giardinetto vicino casa o il grande parco tematico di Disneyland, ma sono i luoghi veri della città restituiti all’uso di tutti i cittadini, a partire dai bambini. Il bambino vuole conoscere, esplorare e usare per i suoi giochi e per le sue esplorazioni i luoghi veri della città, pieni di cose da scoprire, di adulti da osservare o spiare, di pericoli da evitare.
Quando l’adulto prepara un viaggio la sua attenzione è sempre posta sul luogo di arrivo: una città importante, un parco di divertimenti, un’esperienza indimenticabile. Per il bambino è invece molto più importante il viaggio stesso, le sue novità, le sue stranezze.
In un viaggio a Venezia, fatto con il mio nipotino, da soli, sono quasi sicuro che una delle cose più emozionanti per lui sia stato l’invito del pilota dell’aereo che gli ha permesso di vivere il decollo da Roma in cabina di pilotaggio.
Le guide turistiche per bambini e ragazzi sono un fenomeno relativamente recente della nostra editoria. Spesso sollecitate dalle amministrazioni pubbliche, presentano città o ambienti amici, alla portata di tutti. Esiste una corrispondenza nella realtà? Le città sono amiche dei bambini-cittadini, oppure questa sensibilità non è altro che una nuova forma di consumismo?
Le guide per bambini che conosco sono in gran parte guide per adulti semplificate per bambini, e non la presentazione ai bambini di quello che una città può offrire loro, alla loro altezza, alla loro portata e rispondente alle loro esigenze. Ma se la città vuole riconoscere la cittadinanza dei bambini deve prima di tutto dare ai bambini “il permesso di uscire di casa”, come chiedeva il Consiglio dei bambini di Roma, per permettere loro di percorrerla e conoscerla scegliendo i percorsi e le destinazioni.
Ho personalmente collaborato alla preparazione di una guida di Barcellona intitolata Barcelona amb ulls de nens (Barcellona con gli occhi del bambino), che propone all’attenzione dei bambini quegli angoli o aspetti della città che possono essere più interessanti, sorprendenti o imprevedibili per loro. Dei monumenti canonici si mettono in evidenza particolari curiosi, ma si segnalano anche i luoghi della cioccolata, dei giocattoli, degli animali.
La guida per bambini di una città la si dovrebbe costruire con i bambini stessi, ascoltandoli e costruendo insieme itinerari e descrizioni.
Uno splendido esempio ce lo regala ancora una volta la città di Reggio Emilia, che ha pubblicato qualche anno fa un bel libro intitolato Reggio Tutta, costruito sulle parole e sui disegni dei bambini delle scuole dell’infanzia.
Mi piace chiudere questa breve intervista citando alcune frasi dei bambini reggiani che possono aiutarci a capire cosa è per loro una città.
“Le città sono pezzi di mondo”.
“Quando cammini in città non vedi l’alto del cielo”.
“Le strade sembrano delle fessure come un corridoio in mezzo alle case e alle chiese. Se non ci fossero le strade sarebbe tutto pieno, che quando arrivi lì ci si può girare solo intorno”.
“Ci sono città dove uno si perde, sono fitte, ma non come il buio… si capisce che sono fitte dalle tante case che ci sono”.
“La città parte da un posto che è il centro, come una piazza. Le strade partono dal centro e vanno in tutti i posti della città, in tutte le direzioni, così la gente può decidere dove andare”.
“Si capisce che sei in centro perché ci sono tante case, tanti negozi, tanta gente che prende della roba nei negozi…poi escono, entrano da un’altra parte e poi vanno da un’altra parte ancora”.
“Quando arrivi in centro si capisce dalle case, perché sono molto diverse da quelle della città: sono tutte appiccicate. È tutto incatenato!”.
“Se uno apre una finestra vede l’altra casa: le hanno fatte vicine perché gli amici devono stare vicini”.
“La piazza è per camminare, e poi serve anche per non mettere la chiesa per strada”.
“In piazza San Prospero puoi trovare i leoni, infatti si chiama anche piazza dei Leoni: sono leoni di sasso, sono leoni speciali! Sono fatti di pietra arancione e sono molto grossi perché hanno anche un posto da sedersi per i bimbi. Infatti ce li mettono per fare divertire i bimbi”.1

1. M. Davoli e G. Ferri (curatori). Reggio tutta. Una guida dei bambini alla città, Reggio Emilia, Reggio Children, 2000, p. 28-71.

 
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