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Libri e ragazzi - Interviste d'autore - Jerry Spinelli - Come farfalle in volo
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Jerry Spinelli - Come farfalle in volo
Jerry Spinelli - Come farfalle in volo
Affascinanti, non conformisti, “altri” rispetto al mondo eppure così umani. I personaggi protagonisti delle storie di Jerry Spinelli continuano a sedurre i lettori emozionandoli con la loro complessità. E così Misha corre è il migliore libro del 2004 secondo gli esperti interpellati da LiBeR. Giorgia Grilli ha intervistato l’autore.

I protagonisti delle sue storie sono molto spesso “diversi”, “altri” rispetto alla maggioranza, e spiazzanti per essa. La loro diversità sembra consistere essenzialmente nel loro non essere “civilizzati”, nel loro essere figure che sfuggono e che non hanno fatto proprie le modalità, i meccanismi, le abitudini – e le maschere – usati normalmente per vivere nella società. Sono così o perché non hanno ricevuto un’educazione tradizionale o perché comunque possiedono un tipo di intelligenza “primitiva”, basata soprattutto sugli istinti, l’uso dei sensi, la capacità di “sentire” fortemente, una capacità che l’altra gente sembra avere perduta. 
Ci può dire qualcosa di più sul processo di creazione di questi affascinanti personaggi e su quello che lei ritiene possa andare perduto, se è così, nel processo di acculturazione e civilizzazione?

Cara Giorgia, grazie, perché – wow – hai centrato pienamente un punto cruciale che nessun commentatore delle mie storie ha mai menzionato. Sì, i miei personaggi sono spesso “diversi”. Quelli che vengono immediatamente in mente sono, suppongo, Jeffrey Magee, Stargirl e Misha. Il motivo per cui li voglio così è semplice: perché siano interessanti. Se 99 persone stanno correndo in una direzione e una va in senso contrario, qual è quella di cui ci piacerebbe sapere qualcosa? Scrivere qualcosa? Leggere qualcosa?
È l’a-normale tra di noi ciò che io trovo maggiormente affascinante. Inoltre, credo che sia osservando il diverso fra noi che possiamo illuminare gli angoli impolverati e remoti di noi stessi. Scopriamo qualcosa quando ci misuriamo con qualcuno che non è conformista. E sono convinto che tali personaggi siano non meno umani dei “normali”, ma più umani di loro. Come dice Archie a proposito di Stargirl: “Lei è una creatura terrestre quanto mai ce n’è stata una.”
E hai perfettamente ragione sull’aspetto “primitivo” di questi personaggi. Penso che sia utile, istruttivo e divertente ritrarre personaggi che vengono come scrostati della loro patina culturale. Quando ho scritto di Stargirl, avevo un contesto di tipo evoluzionistico in mente. A me lei sembra a un tempo una visitatrice da un tempo remoto – precedente i clan, le tribù, le bandiere e le circoscrizioni elettorali – e qualcuno che punta al futuro, a qualcosa che tutti potremmo diventare.
C’è una cosa che davvero colpisce, nel leggere di questi personaggi diversi (o devianti) da quelli che consideriamo “normali”, ed è la loro identità fluida, volatile, la mancanza di confini rigidi per essa. Non hanno un nome fisso, tanto per incominciare (cambia nel corso della storia e si adatta a loro comunque) e molto spesso non hanno nemmeno un luogo fisso in cui stare, o con cui identificarsi (si trasferiscono, vivono per strada…). Ma soprattutto, essi riescono a rendere concreta una capacità molto perturbante: la capacità insieme di essere e di non-essere, di esserci e di scomparire, di dissolversi e di trasformarsi in puri sensi, di essere non “qualcuno” ma piuttosto “qualcosa” nell’aria… Esibiscono questa capacità nel corso di tutta la storia che li vede protagonisti, ma essa diviene specialmente evidente nei finali: Stargirl diventa semplicemente uno sguardo (sappiamo che lei ci vede, percepiamo la sua presenza anche quando non è fisicamente lì), Misha diviene una semplice voce che parla nel vento, Jeffrey Magee potrebbe essere non più che una leggenda che corre di bocca in bocca… A parte il fatto che si comportano in modi diversi e inattesi in specifiche occasioni, o che hanno un aspetto particolare, non è questa loro più profonda caratteristica – l’evanescenza dell’io, il loro non avere un’identità catturabile – ciò che risulta davvero inquietante per gli altri personaggi (strettamente legati alla sicurezza dei ruoli)? Non è questo il vero motivo per cui i suoi protagonisti, pur così affascinanti per il lettore, non potranno forse mai risultare adatti al mondo sociale e molto spesso vengono infatti da esso rifiutati?
Di nuovo, la tua intuizione è meravigliosa. Alcune delle cose che vedi e che interpreti sono così profonde che io stesso non ero pienamente consapevole mentre scrivevo. E non leggo i miei libri, perciò ci possono essere motivi evidenti per gli altri che io non colgo. Quando dici dei miei personaggi che in qualche modo “scompaiono” alla fine, mi viene da pensare a quella che io sento essere una delle opzioni drammatiche più potenti a disposizione dello scrittore: il mostrare non solo il personaggio ma gli effetti del personaggio. Questo è ciò che mi sforzo di raggiungere in alcune delle mie storie: di amplificare la presenza di un personaggio attraverso il prisma dei suoi effetti sugli altri. Un’altra cosa che cerco di dire, attraverso le identità, i nomi, le storie, gli indirizzi fluidi, è che siamo tutti parte di un’unica grande unità, sulla terra. L’ho fatto in molti modi. Jeffrey Magee, per esempio, dorme in case o nelle verande di “estranei”. Stargirl rende esplicita la sua fedeltà non solo all’America ma al più vasto mondo del quale è comunque cittadina. In un altro mio libro, Tiro al piccione, il protagonista si libera dei suoi vincoli culturali stringendo un patto di amicizia con un uccello. È probabilmente vero che i miei personaggi, se prendessero vita, non si troverebbero a loro agio tra le orde di noi normali, ma non c’è niente che vale tanto per me quanto le lettere che ricevo di lettori entusiasti perché hanno scoperto una Stargirl o un Jeffrey Magee tra loro.
In effetti, personaggi come Jeffrey Magee, Stargirl o Misha hanno probabilmente a che fare più col mito che con la vita quotidiana. O meglio, col mito quando entra nella vita quotidiana. Sembrano essere per esempio incarnazioni moderne del Trickster, o Briccone Divino: quella figura archetipica, ambigua, errante presente nei racconti mitologici di tutte le culture che viene nel nostro mondo per sconvolgerlo e per portarvi un nuovo ordine, grazie a un temporaneo disordine (dal momento che, anche solo per come si presenta e agisce, ci costringe a mettere in discussione quello che era diventato così abituale per noi che avevamo finito col darlo per scontato, considerandolo l’unico mondo – o modo – normale in cui vivere)…
Sì, io cerco di non pensare a grandi schemi e mitologie mentre scrivo, dal momento che farlo potrebbe risultare in un sermone o in una storia troppo rigida, nel migliore dei casi. Dettagli, dettagli, dettagli. Fai sembrare la storia reale – così che i lettori possano crederci. Nello stesso tempo, è vero, il mito entra nel processo talvolta. Una casa per Jeffrey Magee per esempio, per me è un libro sull’infanzia recuperata. Quando guardiamo indietro alle nostre infanzie, ci sembrano mitiche, leggendarie, non è così? Ogni cosa sembra più grande, grandiosa di com’è veramente stata. Prima di scrivere il libro mi era venuto da pensare che quasi non c’è differenza nella mia mente tra i miti e le leggende degli antichi e i ricordi della mia personale infanzia in George Street, nel nord-est di Norristown, in Pennsylvania.
In Misha corre lo sfondo è un mondo che è diventato esso stesso “non normale”, assurdo, privo del tipo di logica che amiamo pensare sia caratteristica della nostra realtà in tempo di pace. È il mondo dell’Olocausto e della guerra, un mondo irrazionale dove nulla è come dovrebbe essere. Solo in una tale realtà rovesciata il protagonista – che è una di quelle figure che verrebbero emarginate in quanto inadeguate per la nostra società – può, di fatto, essere accettato e persino diventare in qualche modo eroico. In quel mondo, che non scorre secondo le regole del buon senso, Misha riesce a sopravvivere meglio di chiunque altro. È un paradosso molto interessante. Ci può dire qualcosa di più sul perché ha deciso di scrivere un libro che tratta di uno dei periodi più cupi della storia dell’umanità e sul particolare punto di vista narrativo che ha scelto per raccontare la storia? Inoltre, Miha corre non potrebbe essere visto come una nuova versione di Pollicino, col suo protagonista in molti sensi troppo piccolo, ma in grado di sopravvivere a un mondo che si è fatto orchesco proprio grazie a questa sua caratteristica?
Nello scrivere Misha corre ho seguito un bisogno tutto personale. Ogni qualvolta qualcuno mi chiede consigli per diventare scrittore io rispondo, “Scrivi qualcosa a cui tieni molto”. Be’, l’Olocausto e le sue vittime sono qualcosa che mi interessa profondamente da tutta la vita, così mi sono ascoltato e ci ho scritto una storia sopra. Ma come scrivere di qualcosa su cui sono stati prodotti già infiniti libri? Mi è venuta l’idea quando ho letto dei minuscoli contrabbandieri che facevano passare il cibo attraverso le mura del ghetto. Ho poi conosciuto un sopravvissuto all’Olocausto il cui primo ricordo era quello di trovarsi accanto a un muro crollato, in un qualche posto in Polonia. L’ho preso come mio punto di partenza: un ragazzino sconosciuto persino a se stesso, che nasce di fatto all’età di quattro o cinque anni e che sta correndo per il pane, inseguito da grida di “Al ladro!”. La chiave qui era introdurre un personaggio che non avesse nessun particolare punto di vista, che fosse anzi precisamente senza un punto di vista, per poi lasciare che il punto di vista si sviluppasse così come veniva, via via che egli reagiva alle circostanze. All’inizio, perciò, Misha non ha motivo per aver paura o per disprezzare i soldati invasori. Tutto ciò che sa di loro è che marciano in parate, che sono eccitanti e impressionanti, e che indossano lucidi stivaloni neri. Naturalmente lui vuole essere come loro. E il suo percorso da lì in poi è una storia dell’umana natura in lotta con se stessa.
Pollicino? Non ci avevo pensato, ma certo, potrebbe essere vista in quel modo.
La letteratura lo fa, questo, non è vero? Le storie si collegano con fili invisibili.
Un posto speciale è occupato nelle sue storie dagli adolescenti. Lei sembra conoscerli davvero a fondo in tutte le loro tragiche e/o comiche idiosincrasie, e scrive con molta sapienza del modo in cui si comportano, di ciò che pensano e sentono. Degli adolescenti lei cattura una contraddizione molto interessante, che è quella di essere a un tempo la generazione che dà vita all’ultima e più militante forma di resistenza nei confronti degli adulti (visti come coloro che vogliono normalizzare tutto e tutti), e quella che, quando sta in gruppo, sa essere forse più conformista e capace di imporre propri esclusivi standard. Lei come arriva così vicino a un’età che solitamente sfugge a qualunque tentativo di farsi comprendere dal mondo dei grandi? Come mai è così sensibile nei loro confronti?
Per lo più direi grazie ai miei ricordi. Dopo uno dei primi discorsi pubblici che ho fatto, un signore del pubblico ha chiesto: “Come fa a ricordarsi tutta questa roba?”
La domanda mi sorprese, dal momento che pensavo fosse spontaneo per tutti ricordare la propria giovinezza. Quando scrivo di un adolescente di oggi, il mio punto di riferimento è quello degli anni ’50, quando io stesso ero un ragazzino. E la chiave credo sia questa: non il cercare di ricordare i minimi dettagli dei nomi e dei luoghi, ma il ricordarmi di cosa provavo rispetto alle cose che capitavano a me e intorno a me.
E anche ora che non stiamo più parlando espressamente dei personaggi non conformisti ed elusivi, bensì degli adolescenti, in senso lato stiamo parlando della stessa cosa, non è così? Poiché come segmento della famiglia umana gli adolescenti tendono a essere non conformisti (verso il mondo adulto, non verso i loro pari) ed elusivi (indiretti, non ancora formati, immaturi, incerti). E questo è precisamente ciò che li rende interessanti per me. Non sono né carne né pesce, ma l’anfibio che sta in mezzo. Non sono specialisti. Si trastullano con dozzine di progetti nel corso della stessa giornata. Non sono nulla e perciò possono essere qualunque cosa. Sono in movimento, sono nel flusso. Catturarli è come catturare una farfalla in volo.
Lei ha molti figli e moltissimi nipoti. Com’è, come padre e come nonno? Insegnare ai giovani a non essere persone conformiste bensì divergenti – qualcosa che implicitamente lei fa nelle sue storie – può essere, e molto spesso è, considerato scomodo e non conveniente da parte degli adulti, nella vita di tutti i giorni. Certamente il riuscirci renderebbe loro la vita più difficile e meno controllabile… Come adulto, nella vita quotidiana, riesce a essere audace e aperto nello stesso modo in cui lo è come autore?
Semplicemente noi incoraggiamo i nostri figli e nipoti a essere loro stessi, a scoprire quello che a loro piace di più in questo mondo e a impegnarsi per perseguirlo. Ho utilizzato a volte membri della famiglia nelle mie storie ma non molto. La fiction è la fiction e la vita è la vita, e mentre credo che ci sia più “verità” nella fiction che non nella non-fiction, credo anche che nessuna storia o film, per quanto entusiasmante, possa procurare mai il senso di meraviglia di un solo minuto su una spiaggia, all’alba, i piedi immersi nell’infrangersi infinito delle onde sulla riva.
Grazie Jerry.
Grazie a te. E ripeto, queste sono le domande e le considerazioni più profonde con cui mi sia mai dovuto misurare in anni di interviste. E sono felice e fiero che mi giungano dalla terra di mio nonno. (da LiBeR 66)

bandiera inglese

Interview to Jerry Spinelli
by Giorgia Grilli

The protagonists of your stories very often are ‘different’, they are  'not normal’ (literally not in keeping with the norm). Their being different seems to lie in their not being completely ‘civilized’, in their being figures who essentially lack the ways, the stratagems, the habits - and the masks - used by the majority of people to live in society.
They are such either because they haven’t received a standard education, or because they have some sort of ‘primitive’ kind of intelligence, one based mostly on instincts, insights and the use of the five senses, and one that other people seem to have lost.
Can you tell us something more about the way you shape this kind of charming characters, and about what, according to you, can get lost in the process of civilization, if that is the case? 

Well, Giorgia, thank you, because – Wow - you zero right in on something no other commentator has mentioned.
Yes, my characters often are "different." I guess the ones that come immediately to mind are Maniac Magee, Stargirl, and Misha of MILKWEED. One reason I do this is simple: to be interesting. If 99 people are running one way and one is running the other way, which would you like to interview? To write about? To read about? It is the un-normal among us who I find most fascinating. Moreover, I believe it is by observing the different among us that we illuminate the dusty corners of ourselves. We discover something when we measure ourselves against the nonconformist. It is my belief that such characters are not less human than "normal," but more so. As Archie says of Stargirl: "She's an earthling if there ever was one."
And you're alsolutely right about the "primitive" aspect of such characters. I think it is useful, instructive and entertaining to portray characters that are husked of their cultural veneer. As I wrote about Stargirl, I had a kind of evolutionary context in mind. She seems to me to be both a visitor from an earlier time--before clans and tribes and flags and constituencies--and a pointer to something ahead, to what we all could become.
One thing really strikes the reader, about these characters of yours who are different (or deviant) from the ones we consider ‘normal’, and it is their fluid, or volatile, identity, the lack of rigid boundaries for it. They don’t have a fixed name (it can easily change and fit them anyway), and very often they don’t have a fixed place in which to live (they move, or are on the road). But above all, they can make a very uncanny capacity real: the capacity both to be and not to be, to be here and to disappear, to dissolve and turn into pure senses, to be not 'someone' but rather ‘something’ in the air… They display this characteristic throughout the whole story they are in, and it becomes especially evident at the end: Stargirl becomes just a pair of eyes  (we know she sees us, we feel her presence, even though she is not physically there), Misha becomes just a voice speaking in the wind, Jeffrey Magee could be just a legend running from mouth to mouth…
Beyond the fact that they behave differently and unexpectedly on specific occasions, or that they look different, isn’t this deeper characteristic of theirs - the dispersion of the ‘I’, their not having a catchable identity - what the other characters (strictly linked to the safety of roles) sense as disturbing, about them? Isn’t this the real reason why your protagonists, though so fascinating for the readers, will probably never fit in the social world and  very often can’t be accepted by it at large?

Again, your insight is wonderful. Some of the things you see and comment on are things that I myself was not conscious of in the writing. And I don't read my own books, so there may be patterns evident to others that I don't see. When you speak of my characters kind of "disappearing" at the end, it makes me think of what I feel is one of the most powerful dramatic options available to the writer: to show not just the character but the effect of the character. That is what I try to achieve in some of my stories, to magnify the presence of a character through the prism of his or her effect on others.
Another thing I am trying to say with fluid identities, names, histories, addresses, etc., is that we are all of us a brotherhood of the earth. I have done this in many ways. Maniac Magee, for example, sleeps on the back porches of "strangers." Stargirl recites her own pledge of allegiance, not strictly to America but to the wider world of which she is also a citizen. In another book of mine, WRINGER, Palmer LaRue breaks from his cultural restraints by
befriending a pigeon.
It's probably true that my characters, if they came to life, would not fare comfortably among the herds of us, but I would not trade anything for the letters I get from readers who are thrilled to tell me they have found a
Stargirl or a Maniac within themselves.
In fact, characters like Jeffrey Magee, Stargirl or Misha have probably something to do with Myth, more than with the social and everyday world. They seem to be modern incarnations of the Trickster: the mythological, ambiguous, nomadic figure who comes into our world to unsettle it and to bring a new kind of order, by means of  a temporary disorder (for it forces to bring into question what had become a habit and was taken for granted before its arrival). Is this somehow what you have in mind when you write about them? Is this the function you see as specific of  your peculiar characters?
I try not to think of grand schemes and mythologies as I write, as doing so can result in a pamphlet or a sermon or a story too stiff at best. Details, details, details. Keep the story real--so the reader will believe. At the same time, yes, myth does come into the process sometimes. MANIAC MAGEE, for example, in my mind is about childhood recollected. As we look back on our childhoods, they seem mythical, legendary, don't they? Everything seems larger, grander than it really was. Before writing the book, it occurred to me that there is hardly any difference in my mind between the myths and legends of the ancients and the memories of my own childhood on George Street in the West End of Norristown, Pennsylvania.
In ‘Milkweed’ the setting is a world that has become itself ‘not normal’, absurd, lacking the kind of logic we like to think is characteristic of our world in times of peace. It is the world of the holocaust and the war, an irrational world, where nothing is what it should be. Only in such an upside-down world the protagonist - who is one of those figures that would be segregated on account of his being inadequate in our official society - can, in fact, be accepted and even become a little hero. Indeed, in that world, which is not running according to common sense, he can survive better than anyone else. It’s a very interesting paradox. Can you tell us something more about why you chose to write a book dealing with one of the darkest moments of human history (and about the particular point of view and narrative voice you chose for it)?
Couldn’t ‘Milkweed’ be called a new version of the old fairy-tale of Little Thumb, with Misha being too little but able to turn this disadvantage into a fortunate resort against an ogreish world?
In writing MILKWEED I was simply following my own counsel. Whenever someone asks me for advice on writing, I say, "Write what you care about." Well, I've been caring about the Holocaust and its victims all my life, so I took my own advice and wrote a story about it. But how to write about something already the subject of numberless books? It came to me when I read of the tiny smugglers who sneaked food through ghetto walls. I also met a Holocaust survivor whose first memory was of finding himself beside a crumbling wall somewhere in Poland. I took that as my starting point: a boy unknown even to himself, who is, in effect, born at the age of four or five, running for bread, fleeing shouts of "Stop thief!" The key here was introducing a character not with
a particular point of view, but precisely one without a point of view, and then allowing the point of view to develop however it might, as it reacts to its circumstances. At first, therefore, Misha has no reason to fear or dislike
the invading soldiers. All he knows is that they march in parades, they are exciting and impressive, and they wear tall, shiny boots. Of course he wants to be like them. And his path from then on is a story of human nature wrestling with itself.
Little Thumb? No, I didn't have that in mind, but, sure, it could be seen that way. Literature does that, doesn't it? It sends out feelers to other stories.
A special place is occupied in your stories by teenagers. You seem to know them really well in all their tragic and/or comic peculiarities, and you can write very cleverly about the way they feel, think and behave. Of teenagers you catch a very interesting contradiction, which is their being both the generation that represents and gives shape to the ultimate and most militant form of resistence against the world of grown-ups (seen as those who want to normalize everyone and everything) and the persons who, when in a group, can be extremely conformist themselves, and able to set their own exclusive standards. How can you get so close to an age that usually escapes adult understanding, or be so perceptive about it? Is it from observation, from memories, from sympathy…?
Mostly, I would say, from memories. After one of the first speeches I ever gave, a man in the audience asked, "How do you remember all that stuff?" The question surprised me, as I thought recalling one's youth came naturally to everyone. When I write about a teenager of today, my reference point is back in the 1950s, when I myself was a kid. And the key I think is this: not remembering all the little details of name and place, but remembering how I felt about the things that were happening to me and around me.
And while the questions have turned from nonconforming, elusive characters to teenagers, in a broad sense we're talking about the same thing, aren't we? For as a segment of the human family, teenagers tend to be nonconforming (to the adult world, not to their peers) and elusive (undirected, unformed, immature, uncertain). And this is exactly what makes them interesting to me. They are neither egg nor frog, but the tadpole in between. They are not specialists. They dabble in a dozen careers during the course of a day. They are nothing and therefore anything. They are in movement, in flux. To catch them is to catch a butterfly in flight.
You have many children and grandchildren. How would you describe yourself as a father and grandfather?
Teaching the young to be non-conformist persons – something you implicitely do in your stories – can be, and very often is, considered an inconvenient or troublesome option by adults, in everyday life; it surely makes the world a less controllable place on their part... As an adult, are you different and daring even out of your books (i. e. in your family life), in this respect?

We simply encourage our children and grandchildren to be themselves, to discover what pleases them most to do in this world and then go and do it. I have made some use of family members in my stories, but not much. Fiction is fiction and life is life, and while I believe that there is often more "truth" in fiction than in non-fiction, I also believe that no story or play or movie, not matter how compelling, can match the the wonder of one minute on a beach at dawn, walking the endless surf.
Thank you very much, Jerry…
That's it, thank to you Giorgia. Again, I must tell you that your questions and insights are the best I have ever dealt with. I'm happy and honored this very special interview came in from the fatherland of my grandfather.

 

 
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