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Libri e ragazzi - Interviste d'autore - Richard Scrimger - Non prendiamoci troppo sul serio
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Richard Scrimger - Non prendiamoci troppo sul serio
Richard Scrimger - Non prendiamoci troppo sul serio
Richard Scrimger è nato a Montreal nel 1957. La e/o ha pubblicato quattro suoi libri: Un alieno dentro il naso, Un naso per l’avventura e Nasi rossi (in cui il protagonista ha che fare con un alieno con una forte predilezione per i nasi altrui) e La strada per Schenectady, che racconta il viaggio in macchina di una famiglia a cui si aggiunge un vecchietto clandestino. Federica Velonà gli ha rivolto qualche domanda.

Richard Scrimger, lei è uno dei più noti scrittori canadesi per ragazzi. Ci sono secondo lei dei tratti comuni nella letteratura canadese per ragazzi?
In primo luogo io sono uno scrittore di narrativa. Racconto delle storie, o delle bugie se preferisce, per guadagnarmi da vivere. In secondo luogo sono uno scrittore per ragazzi. Solo dopo essere uno scrittore di narrativa, e uno scrittore per bambini, sono uno scrittore canadese. Penso che una mentalità canadese in qualche modo ci sia, ma sia difficile da descrivere.
Come nazione noi cerchiamo di non prenderci troppo sul serio. Il nostro humour tende verso l’ironia. Le nostre ambizioni risultano ridotte dalla dimensione del nostro Paese e dallo strapotere del nostro vicino. Ci fa sentire un po’ inadeguati. Penso che la mia scrittura corrisponda a questo semplice stereotipo. I miei eroi e le mie eroine non hanno voci tonanti. Sono Uomini qualunque e Donne qualunque che si scusano di esistere e fanno del loro meglio nella vita, piuttosto che dei Supereroi che cercano di tenere sotto controllo il mondo.
C’è una tradizione narrativa in cui lei si riconosce come scrittore per ragazzi? Quali sono i libri per bambini che lei ha più amato da piccolo, quelli inglesi, quelli americani o altri?
Sono cresciuto con la narrativa inglese e americana. Anche francese (se si pensa a Babar, mentre Saint Exupery non mi è mai piaciuto tanto). Tra gli americani i miei scrittori preferiti erano E.B. White e Mark Twain e avevo un debole per Walter R. Brooks, l’autore della serie di Freddy the Pig. Naturalmente leggevo gli Hardy Boys e i fumetti di Archie. Degli inglesi… mmh. Il primo libro che ricordo di aver letto da solo è stato River of Adventure di Enid Blyton. Sono ancora un grande fan di Winnie The Pooh (il libro che avrei voluto scrivere io), di Edith Nesbit, Arthur Ransome, Clive Staples Lewis e Goeffrey Trease (Cue For Treason ha una trama quasi perfetta). Come canadese arrossisco nel riconoscere che non sono mai stato capace di finire Anne of Green Gables.
I tre libri della serie di Norbert tradotti in italiano sono ognuno molto diverso dall’altro. Il primo racconta la storia di un ragazzino normale alle prese con genitori assenti e bulli scolastici; il secondo le avventure di un canadese a New York, il terzo è una satira dei rapporti tra ragazzi e la natura selvaggia. Anche il libro La strada per Schenectady, pubblicato sempre da e/o, ha già un seguito. Perché sceglie la forma seriale? Ha difficoltà a separarsi dai suoi personaggi?
Le serie nascono in parte per esigenze di mercato (l’editore chiede qualcosa di simile al libro precedente) e in parte perché mi vengono in mente altre cose da far fare ai personaggi. Non mi sono ancora stufato di Norbert e di Jane Peeler.
I suoi libri sono spiritosi ma lei parla molto anche di un argomento serio: la solitudine dei bambini. Pensa che il mondo dei bambini sia sempre stato separato da quello degli adulti o che oggi siano aumentate le difficoltà di comunicazione?
Non credo che i bambini di oggi siano molto diversi dai bambini di un tempo. Penso che ora quello che accade in famiglia sia molto più conosciuto, l’abuso, la tristezza, la sessualità, e penso che in generale ciò sia un bene. I problemi c’erano anche prima, solo che non se ne parlava.
Lo sfondo della serie di Norbert non è un luogo immaginario ma la città in cui lei vive, Cobourg, vicino al lago Ontario. Com’è inserire un posto reale in un prodotto di fantasia?
Io credo che tutte le storie ci guadagnino ad avere un’ambientazione precisa. Un rimando geografico reale rende la storia più credibile. Io uso Cobourg come simbolo di un certo tipo di cittadina. Mi piace l’idea di mettere la casa di Alan all’angolo della mia. Ma non si dimentichi che io invento molto. Cobourg non è proprio così come la descrivo.

 

Interview to Richard Scrimger
by Federica Velonà

Richard Scrimger, you are one of the most famous Canadian writer for children. Is there something, in your opinion, which  Canadian writers for children share, are there common traits among them?
First and foremost I am a fiction writer.  I tell stories -- lies, if you like -- for a living.  Second, I am a writer for children.  I know that friends are important, and that there are a lot of people out there telling you what to do.  Only after I am a fiction writer, and a children's writer, am I a Canadian writer.  I think there is a kind of Canadian mind set, but it's hard to describe.  As a nation, we try not to take ourselves too seriously.  Our humour tends towards the ironic.  We are dwarfed by the size of our country, and by the power of our closest neighbour.  It makes us feel slightly inadequate.  I think my writing fits this simple stereotype.  My heroes and heroines are not flagwaving powerful voices.  They are Everyman and Everywoman characters who apologize and do their best, rather than Superbeings who try to control the world.  Is this helpful?
Is there a literary tradition in which you recognize yourself as a writer for children? What are the children's books you liked most as a child, the British ones, the American ones...?
I loved British and American fiction, growing up.  Also French (if you count Babar;  though I never liked St Exupery very much).  Of the Americans, EB White and Mark Twain were among my favorite authors, and I had a special fondness for Walter Brooks, who wrote the Freddy The Pig series.  Of course I read the  Hardy Boys and Archie comics too.  Of the British ... hmmm.  The first book I remember reading by myself was Enid Blyton's River of Adventure.  I am still a huge fan of Winnie The Pooh (The book I wish I had written), of E. Nesbit and Arthur Ransome, CS Lewis and Geoffrey Trease (Cue For Treason has an almost perfect plot).  As a Canadian, I blush to confess I have never been able to read Anne of Green Gables.
The three books of the Norbert's serie published in Italian are each one very different from the others. The first tells the story of an ordinary boy afflicted by too faraway parents and school bullies, the second is the adventure  of a young Canadian in New York, the third a satire of the relationship between kids and wild nature. Also The way to Schenectady, your fourth book for children translated in Italian, has a sequel. Why do you choose the form of sequels? Do you have difficulties to separate from your characters once your books are finished?
Sequels happen partly because of the marketplace (the publisher asks for something just like the past book) and partly because you think of new things for the characters to do.  I'm not sick of Norbert or Jane Peeler yet.
Yours are humorous books but you also speak a lot about a serious argoment:  kids’ loneliness. Some parents have too much to do, other simply don't understand what their children really want  or need. Do you think that it is children's world which is separate from adult's world or today children have more problems to communicate with grown ups?
I don't think kids today are too much different from kids of yesterday. I think there is a lot more about family life that is out in the open now --  abuse and sadness and varied kinds of sexuality -- and I think that is a good thing on the whole.  The issues were there before, but no one talked about them.
The background of Norbert's serie is not an imaginary place but the town where you live, Cobourg near Ontario Lake. How is it to put a real town into a fictional product?
I think all stories benefit from an exact address.  It makes the story more real if there is a real geography underneath it.  I use Cobourg as a symbol of a certain kind of small town.  I like the idea of putting Alan's house around the corner from mine.  But don't forget, I make stuff up too. Cobourg doesn't really look like this.

 

 
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