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LiBeR Database - Approfondimenti - Classificazione: non solo numeri
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Classificazione: non solo numeri
Classificazione: non solo numeri

L'uso della Classificazione decimale Dewey in LiBeR Database si propone come un'interessante chiave di ricerca che si integra in un articolato sistema di recupero delle informazioni. Per questo nella sua utilizzazione sono state adottate scelte particolari e a volte originali.

La descrizione semantica in LiBeR Database è affidata a un insieme di strumenti di indicizzazione e recupero delle informazioni (ciascuno utilizzato per le proprie specificità e capacità di risposta semantica) in grado di interagire fra loro e di lavorare in un contesto di complementarità per produrre, a seconda della loro interrelazione o combinazione, risposte di grado via via più complesso: - sistemi classificatori, orientati a cogliere faccette diverse (Classificazione decimale Dewey, generi) - parole chiave, identificatori - abstract - indicazioni di profili d’utenza (fasce d’età).

La Classificazione decimale Dewey

L’uso della Classificazione decimale Dewey (CDD) in LiBeR Database risponde a criteri che sono il risultato di attente valutazioni e di scelte relative al campo della documentazione dei libri per bambini e ragazzi, che risultano inedite e originali. La CDD viene utilizzata in forma integrale e “aderente” (close classification: il contenuto dell’opera è specificato dalla notazione il più possibile). La scelta di non utilizzare una forma ridotta deriva dall’obiettivo di valorizzare la CDD, più che come strumento per la collocazione dei libri, come chiave di accesso in fase di ricerca. C’è una tradizione che ha prodotto utilizzazioni “deboli” della CDD nel settore dei libri per bambini e ragazzi, con semplificazioni, quali le alternative all’uso della notazione numerica per certe tipologie di documenti (con espressioni verbali mutuate da indicazioni di genere come “primi libri”, “letteratura per ragazzi”) o l’uso di una classificazione ridotta (o “larga”). Queste esperienze appaiono condizionate dall’abitudine a considerare la CDD prioritariamente come strumento per la collocazione fisica dei libri in biblioteca, e solo secondariamente come strumento utilizzabile per il recupero delle informazioni. Nell’esperienza di LiBeR Database si è partiti dal presupposto che, soprattutto nell’ambito di sistemi informatizzati, la CDD (attraverso gli indici numerici e i termini usati nello schema di classificazione o nell’indice relativo) può rappresentare un’importante chiave d’accesso ai documenti. Questo ha spinto fin dall’inizio dell’esperienza di LiBeR Database (1987) a un’utilizzazione approfondita della classificazione (1) e all’adozione di più numeri di classificazione per quelle opere che vertono su più soggetti o su un soggetto trattato dal punto di vista di più discipline (quando lo schema della classificazione non propone un numero comprensivo interdisciplinare).(2)

I “primi libri”

Anche i documenti rivolti ai piccolissimi, i “primi libri”, sono oggetto di una piena indicizzazione semantica per non trascurare la loro possibile utilizzazione a scopi divulgativi; anche se in quei documenti gli aspetti formali o fruitivi (albi illustrati, libri gioco, ecc.) sembrano prevalere sul contenuto. Nella scelta documentaria di LiBeR Database questa piena indicizzazione può aver luogo anche in assenza di un approccio di tipo disciplinare e in opere che si presentano con forti elementi di fiction. Anche se in questo contesto vi è una maggiore difficoltà dell’analisi concettuale, ci sono casi in cui alcuni soggetti possono essere individuati, anche se non hanno la forza disciplinare tipica delle opere destinate ai lettori più evoluti. Il confine tra fiction e divulgazione resta molto difficile, ma è sbagliato cercare di marcarlo comunque e riconoscere come divulgazione (e pertanto come materiale utile per un approccio ai diversi argomenti) solo ciò che presenta caratteristiche “didattiche”, trascurando la possibile utilizzazione di libri di fiction a scopi divulgativi ed escludendo questi libri da un’indicizzazione semantica. Per esempio un albo senza testo, con immagini dell’ambiente della fattoria può essere classificato al 621.31 purché risultino non del tutto marginali gli aspetti dell’attività agricola o zootecnica (“focus disciplinare”), anche attraverso immagini di operazioni, materiali, mezzi per compiere tali operazioni, ecc. Saranno altri strumenti disponibili nel database (come l’indicazione della fascia d’età, la classificazione per genere o la presentazione del contenuto fornita dall’abstract) che consentiranno di decidere la sua inclusione o meno in una proposta di lettura rivolta a determinate categorie di utenti, con finalità divulgative. Viceversa, se le immagini di un albo servono semplicemente da sfondo per una raffigurazione puramente fantasiosa di animali e cose, dalla quale è escluso ogni possibile intento divulgativo, sarà preferibile utilizzare un numero di classificazione prettamente “formale” come nella classe 741 (per i libri che propongono solo immagini senza l’accompagnamento di testi) o, nel caso che presenti del testo narrativo, nella classe 800.

Domenico Bartolini Riccardo Pontegobbi
(da Record 16)

(1). Una scelta che trovava conforto nella letteratura professionale: cfr. E. Grignani. “CDD e cataloghi online: la classificazione come chiave d’accesso: due esempi d’uso” in Biblioteche Oggi, vol. IV, n. 4 (lug.-ago. 1986, p. 43-50), in particolare la considerazione del fatto che la notazione della CDD “è in genere espressiva della struttura gerarchica delle classi”, e “una notazione espressiva ... facilita la ricerca”: è possibile in una ricerca online, “usando il troncamento in diversi punti dell’indice, allargare o restringere la ricerca, risalendo o discendendo la catena degli indici”. C’è una “gerarchia notazionale ... espressa mediante la lunghezza della notazione”. Con l’obiettivo di potenziare il recupero delle informazioni attraverso la classificazione, sfruttando al massimo le possibilità di ricerca offerte dalla struttura notazionale, appare pertanto preferibile un’utilizzazione integrale (approfondita) della CDD. (2). Questa possibilità non era ricavabile direttamente dalle istruzioni fornite dalla CDD, che invita a riportare le opere che vertono su più soggetti a uno unico in base ad alcune regole (la “regola dell’applicazione”, quella del “primo dei due”, la “regola del tre” e quella dello “zero”), ma dalla prassi di alcune agenzie bibliografiche, come il National Bibliographic Service della British Library (cfr. British National Bibliography) e da alcuni contributi critici.

 
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