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Libri e ragazzi - Interviste d'autore - Grazia Nidasio a colloquio con Federico Maggioni
  Data 14-Nov-2019  Stampa la pagina corrente  Mostra la mappa

Grazia Nidasio a colloquio con Federico Maggioni
Grazia Nidasio, di origini milanesi, vive a Certosa di Pavia. Autrice di fumetti, ha collaborato a lungo con Il Corriere dei Piccoli, del quale è stata anche redattrice. Tra i molti riconoscimenti ricevuti ricordiamo il Premio Andersen 1987 come miglior autore e la Menzione speciale alla carriera ricevuta in occasione del Premio Andersen 2001. Ha illustrato molti libri per ragazzi, è autrice di sceneggiature per cartoni animati e sigle televisive d'animazione per Rai e Mediaset.

La frequentissima apparizione sul Corriere della Sera di Stefi "Docente narrante", (Docente Narrante? Che vuol dire?) fa lecitamente pensare all'esistenza (quelque part) di splendida quarantenne della sorella (The Famous One) Valentina? E che fa? Relazioni esterne per una multinazionale? Veste Armani o preferisce l'informale eclettico? Quanti figli?
No. Valentina Mela Verde avrà sempre 13 anni, altrimenti Stefi sarebbe già laureata. Frenare, prego, le insane curiosità di voler sapere tutto sul futuro possibile di un passato.

Potresti chiarire una tua recente esternazione sull'Aspettando Godot dell'illustratore italiano, cioè Aspettando il New Yorker?
Ti riferisci a una mia osservazione fatta per video, a proposito di certi colleghi che illustrano libri per ragazzi non pensando affatto ai ragazzi ma a un eventuale mitico Agente che, folgorato dalla loro originalità e trasgressività, li porterà a collaborare al New Yorker dove otterranno compensi favolosi? È una delle tante forme del "velinismo".

Professionista, artigiano, artista (ahi!) in quale di queste categorie inseriresti gli illustratori, tenendo conto che per reddito sarebbero esclusi da tutte e tre le posizioni?
Ci sono illustratori in ciascuno dei tre tipi. La categoria migliore sarebbe quella degli artigiani: un idraulico è pagato, in nero, 70 euro all'ora.

La solita malalingua afferma che in Italia ci sono due classi di illustratori: Tullio Pericoli e gli altri. È vero?
Non bisogna dar retta alle malelingue.

Quando si parla di illustrazione editoriale si pensa sempre ai libri per bambini o per ragazzi. Perché i libri "veri" non hanno bisogno di immagini: basta la parola, oppure si preferisce (nei pochi casi) un commento "adeguato", cioè "alto", cioè "pittorico" (Le anime morte di Gogol' con le incisioni di Chagall, Candide di Voltaire con i disegni di Paul Klee, I promessi sposi di Manzoni con i disegni di Guttuso e/o de Chirico).
Le parole "alto, cioè pittorico" mi danno l'eczema. E poi qui si parla di libri per adulti e il discorso si farebbe troppo lungo.

"E io nel pensier mi fingo", i racconti di Federigo Tozzi con i disegni e i dipinti di Lorenzo Viani, i sonetti del Petrarca scanditi dalla rarefazione di Morandi, Underworld di Don DeLillo spennellato da Warhol, Lichtestein, Jasper Johns, Jim Dine, ma anche Saul Steinberg. Faccio bene?
Questi pittori non hanno scelto "d'illustrare" questi autori altrimenti l'avrebbero fatto. Vorrebbe essere un abbinamento? Si può fare, ma è arbitrario, come tutti gli abbinamenti. D'altra parte, questi "pittori alti" sono tutti morti.

Perché "tutti", almeno una volta nella vita, vogliono "fare" Pinocchio, non solo affermati illustratori (Mattotti, Innocenti, Toccafondo, Luzzati), ma anche grandi artisti (Corneille, Schifano, Paladino, il giovane Mc Carthy...)?
Perché in loro c'è molto di Pinocchio: vorrebbero tutti diventare ragazzini perbene.

È in nome dello scellerato teorema "Nuovo è bello" che pregiatissime edizioni del passato vengono ignorate: Alice nel paese delle meraviglie di Rackam, L'isola del tesoro di Mowar Pyle, Pinocchio di Mattioli, per fare qualche esempio?
La versione originaria del teorema è questa: "Ah, nuovo, dunque è bello!".
D'altra parte quando è uscito il Pinocchio di Mattioli era il 1955, adesso ci saranno in giro almeno 90 pinocchi, infinite isole del tesoro e troppe alici.

Ringraziamo quindi Hoepli che continua a ristampare tutte le vecchie eccellenti edizioni di Andersen con i disegni di Accornero e Le mille e una notte di Nicouline?
Sì, va bene, ringraziamolo. Ma mi piacerebbe sapere come va coi diritti d'autore che spettano agli eredi.

Se volessi rileggere Candido di Voltaire preferiresti l'edizione con i disegni di Paul Klee, quella con i disegni di Luzzati o una senza disegni? E nel caso dell'ultima ipotesi, come giustifichi le prime due?
Non scherziamo: io Candido lo rileggo come la prima volta, nella disadorna Bur.
Ammettiamolo, negli ultimi anni il livello medio della grafica editoriale, e quindi dell'illustrazione, è molto migliorato. Alcuni (le solite malelingue) sostengono però come sia rara "l'eccellenza" di un tempo: Bisi, Sto, Gustavino, Marco Vellani Marchi, Mussino, Angoletta, Rubino, Nicouline, Accornero. Ma è vero?
Non è vero.

La definizione di "illustrazione introspettiva" ha qualche significato per te?
Non capisco il significato di "illustrazione introspettiva". Introspettiva per l'autore o per l'illustratore? Nel primo caso la trovo interessante, nel secondo penso che le proprie nevrosi è meglio lavarle in famiglia.

In riferimento al tema in oggetto (illustrazione, editoria, grafica) il termine "popolare" che significato ha per te?
"Popolare", non nell'accezione che lo vuole contrapposto a "dotto" ma "che si rivolge al grande pubblico".
Non vedo perché non ci si possa rivolgere al grande pubblico con prodotti raffinati. Che poi è la filosofia dell'illustrazione nei periodici. Infatti, un giornale è alla portata di tutte le tasche eppure può contenere a fianco degli scritti d'autore illustrazioni di Toppi, Thole, Pinter, Innocenti, Pericoli, Steinberg, Moebius... oppure Searle, Steadman, Delessert, Chwast, Mordillo, Bretechèr, Feiffer...

Che cosa non ti piace degli editori italiani?
Che nei contratti dei libri illustrati (e perfino nei libri fatti quasi esclusivamente d'immagini), privilegino l'autore del testo rispetto all'autore delle immagini.

Puoi dire qualcosa di "fumettisticamente" positivo?
All'infuori di "AAAHH, GULP!" non riesco a dire altro.
Il discorso è maledettamente complesso. Credo nel fumetto come mezzo ancora rivoluzionario. È il solo mezzo espressivo che vive del senso del teatro e si avvale del cinema, punta sull'immagine ma si regge sulla parola e sul linguaggio; trae alimento da tutte le ricerche, tanto è vero che ancor oggi, continua a far vivere espressioni futuriste e dadaiste, che può esprimere l'attualità come la storia e perfino un possibile futuro. Certo, dipende da chi lo fa..

(Da LiBeR 71)
 
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