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Libri e ragazzi - Argomenti - Argomenti - Le biblioteche come luoghi comunitari
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Le biblioteche come luoghi comunitari

di Stefano Parise

Testo tratto dalla relazione presentata da Stefano Parise – in qualità di Presidente dell’Associazione Italiana Biblioteche – al convegno “Infanzia, lettura, biblioteche: un mondo di storie contro la crisi”, tenutosi a Campi Bisenzio il 4 marzo 2014, promosso da Regione Toscana e Comune di Campi Bisenzio, organizzato dalla Biblioteca di Villa Montalvo – Centro regionale di servizi per le biblioteche per ragazzi con la collaborazione di LiBeR.
Una versione breve dell’intervento è pubblicata sul numero 104 di
LiBeR (ott.-dic 2014).

Quali compiti dovranno affiancarsi alle funzioni tradizionali dello studio e della ricerca per attrarre in biblioteca i cittadini del XXI secolo? La domanda risuona da tempo nelle aule in cui i bibliotecari si radunano per discutere del loro futuro e le possibili risposte sono descritte in libri e relazioni o stanno diventando terreno di sperimentazione e verifica sul campo. Quel che è certo è che le biblioteche, per resistere all'onda lunga della disintermediazione, dovranno integrare le funzioni che ne hanno sostanziato per secoli il posizionamento sociale – la costituzione di un complesso di risorse documentarie da mettere a disposizione di studiosi e lettori attraverso servizi bibliografici e di consultazione - con profili di servizio sempre più differenziati e capaci di fornire risposte alla crescente domanda di qualità della vita proveniente dagli individui e dalle comunità di riferimento.
La sottolineatura del legame tra biblioteca e comunità, per quanto riguarda le biblioteche di pubblica lettura, non è certo una novità e, anzi, potrebbe risultare persino ovvia: le public libraries nascono come luoghi della comunità locale, portano impresso nel dna il sigillo comunitario, come dimostrano i primi provvedimenti normativi promulgati per promuovere la creazione di biblioteche pubbliche locali: «Nel 1848 la General Court of Massachusetts approvò un Act, il primo che sia mai stato approvato in materia di biblioteche pubbliche, che autorizzava la città di Boston a istituire e mantenere una biblioteca pubblica» (1). Il provvedimento tre anni dopo fu esteso a tutte le città dello Stato. Nel Regno Unito una norma analoga fu adottata due anni dopo dal Parlamento: il primo Public Libraries Act, meglio noto come Penny rate, prevedeva che le municipalità con popolazione al di sopra dei 10.000 abitanti, potessero – previa conferma per mezzo di consultazione popolare – istituire una biblioteca mantenendola con una tassa locale, anche se il prelievo fiscale non copriva l'acquisto dei libri. Nello sviluppo di un moderno sistema bibliotecario pubblico ebbe un ruolo importante anche il mecenatismo, che nel caso di Andrew Carnegie (l'esempio più noto e fecondo) servì da impulso all'intervento degli enti locali i quali, nell'accettare la donazione per la costruzione dell'edificio, si impegnavano a sostenere i costi per il mantenimento della biblioteca negli anni a venire.
L'Italia purtroppo non conobbe un fenomeno analogo per intensità e impostazione, anche se un terzo circa delle biblioteche popolari che sorsero nel nostro paese nei cinquant'anni successivi all'unità furono promosse per iniziativa comunale. Per assistere a un'assunzione più decisa di responsabilità da parte delle comunità locali si dovrà attendere l'attuazione dell'art. 117 della Costituzione, che sanciva la potestà normativa delle regioni in materia i biblioteche di ente locale: con la nascita delle regioni a statuto ordinario (2) e l'emanazione dei decreti delegati che trasferivano ad esse le competenze amministrative fino ad allora esercitate dallo stato (3), in alcune aree del paese si è gradualmente sviluppato un sistema bibliotecario di pubblica lettura che guardava ai modelli già consolidati all'estero, anche se come sappiamo ciò non è stato sufficiente a garantire lo sviluppo omogeneo di un servizio di pubblica lettura in Italia.
L'invito espresso nel titolo deve quindi essere precisato: in che senso la biblioteca deve essere ripensata come luogo comunitario? E in che modo le biblioteche possono contribuire a migliorare la nostra qualità di vita?
Per rispondere a queste domande è necessario un sguardo che sappia abbracciare orizzonti ampi, capace di cogliere le connessioni fra i cambiamenti epocali che caratterizzano la nostra epoca - interconnessione globale, invecchiamento, multiculturalismo, rivoluzione tecnologica – e la funzione delle istituzioni culturali e della comunicazione, alle quali la biblioteca appartiene.
Un tentativo in fieri di approfondire questa prospettiva è certamente rappresentato dall'IFLA Trend report, recentemente tradotto anche in italiano (4), che costituisce una piattaforma di discussione e interpretazione a disposizione dei bibliotecari di tutto il mondo per aiutare a comprendere il possibile posizionamento delle biblioteche nel quadro di una società in rapido cambiamento. L'IFLA Trend Report identifica cinque tendenze che giocheranno un ruolo chiave nel dare forma al nostro ecosistema informativo del futuro:

  1. la prima è legata alla diffusione delle nuove tecnologie e alla relazione fra l'espansione dei confini dell'universo digitale e la centralità delle competenze informative di base, quali la lettura e la dimestichezza con gli strumenti digitali. Le persone con deficit in questi campi si troveranno di fronte barriere all'inclusione in un numero crescente di ambiti, mentre le peculiarità dei nuovi modelli di business basati sulle reti condizioneranno pesantemente coloro che non possiedono le competenze necessarie per accedere alle informazioni nel futuro;
  2. la seconda riguarda l'istruzione online, che è destinata a democratizzare e rivoluzionare le modalità di apprendimento su scala planetaria. La rapida espansione mondiale delle risorse educative online aumenterà infatti le opportunità di apprendimento, rendendole più economiche e accessibili. Il valore crescente attribuito all'educazione permanente e il riconoscimento delle competenze acquisite anche attraverso percorsi informali di apprendimento cambieranno la natura e le modalità dell'ingresso nel mondo del lavoro e renderanno più eque le opportunità di impiego;
  3. la terza è legata alla ridefinizione dei confini della privacy e della protezione dei dati. L’aumentare dei dati in possesso di governi e imprese faciliterà un’analisi comportamentale dettagliata delle abitudini di ciascun individuo, finalizzata a definire il profilo di consumo o altri aspetti della personalità, con il pericolo di gravi ripercussioni sulla privacy individuale e sulla fiducia nel mondo online;
  4. la quarta riguarda le possibilità di comunicazione e di azione collettiva insite nelle società iperconnesse. Alle maggiori opportunità per l'azione collettiva farà da contraltare la crescita dei movimenti, a discapito dei partiti politici tradizionali. Iniziative a favore di un governo aperto e l’accesso ai dati dell’amministrazione pubblica garantiranno maggiore trasparenza e servizi pubblici su misura per i cittadini;
  5. la quinta e ultima tendenza ha a che fare con l'evoluzione dell'ecosistema informativo globale. La proliferazione di device hyper-connessi, di sensori di rete nelle applicazioni e nelle infrastrutture, di tecnologie per la stampa 3D e per la traduzione linguistica stanno trasformando l'economia globale dell'informazione. Gli attuali modelli di business utilizzati da molti settori industriali sperimenteranno la distruzione creativa stimolata da dispositivi innovativi, che aiuteranno le persone a restare economicamente attive per un periodo più lungo della loro vita e senza vincoli di collocazione geografica.

 

Ma non è tutto. L'umanità sta invecchiando velocemente e gli effetti di questo fenomeno sono destinati ad accentuarsi nel prossimo futuro. Fra meno di 15 anni oltre un miliardo di persone avrà più di 60 anni e nel 2050 in Europa la fetta più consistente della popolazione sarà quella degli over 65. Già oggi il 20% degli italiani appartiene a questa fascia. Invecchiamento, tuttavia, non significa necessariamente marginalizzazione: il concetto di “longevità attiva” sta diventando il modo prevalente di vivere la terza e la quarta età, ed è presumibile che lo sarà sempre di più, man mano che raggiungeranno i sessant’anni e più le generazioni del baby-boom. La voglia degli anziani di rompere la tradizionale marginalità legata al pensionamento o, comunque, al minore contributo che possono dare ai processi produttivi, è destinata ad irrompere in ogni ambito della società.
Infine, la globalizzazione continuerà a determinare lo spostamento di milioni di persone, e con esse l'incontro / scontro di stili di vita, tradizioni, culture e visioni differenti. Saremo chiamati a gestire la dialettica fra integrazione e segregazione e a consolidare nel lungo periodo rapporti costruttivi e inclusivi nei confronti della componente straniera delle nostre comunità. Gli adulti e i minori stranieri sono già oggi una componente stabile della popolazione italiana e i bambini stranieri del 2014 saranno nel 2030 una quota significativa dei cittadini adulti italiani. Le culture degli immigrati sono chiamate a diventare parte attiva della società che li ha accolti, perché le comunità vincenti del futuro saranno quelle capaci di creare nuove identità e nuove forme di coesione sociale, frutto dell’integrazione tra storie e valori di diversa provenienza culturale.
Queste macro tendenze globali avranno certamente ripercussioni profonde sul ruolo e sui servizi delle biblioteche di tutto il mondo, e il quesito che interroga tutti i professionisti del settore riguarda le coordinate per orientarsi in un ecosistema così radicalmente modificato.
Una chiave interpretativa che ha riscosso notevole successo in tutto il mondo è contenuta nell’Atlas of new librarianship di David Lankes (5), che descrive una nuova biblioteconomia non fondata sui libri ma sulla missione di migliorare la società favorendo la condivisione e la creazione di nuova conoscenza nelle comunità di riferimento.
La tesi di Lankes è che siamo noi, i bibliotecari, ad essere in gran parte responsabili della situazione di crisi in cui ci troviamo, in primo luogo perché non siamo in grado di definirci al di fuori del rapporto con le funzioni tradizionali che connotano la nostra professione: siamo bibliotecari perché cataloghiamo, facciamo ricerche nei database, raccogliamo e conserviamo. Siamo inseriti in una tradizione vacillante sotto i colpi della rivoluzione tecnologica e tendiamo a stare sulla difensiva, ad avvertire come una minaccia qualsiasi approccio non canonico alla biblioteca e ai suoi mestieri: Google è una minaccia perché indicizza il mondo senza usare la catalogazione descrittiva.
Secondo Lankes dovremmo liberarci di questo riflesso condizionato e cominciare a percepire i nuovi strumenti e i nuovi attori del contesto informativo come potenziali alleati, e l'attitudine delle persone alla condivisione in rete di informazioni ed esperienze come qualcosa che ha molto a che fare con il lavoro che abbiamo fatto in questi decenni. Lankes lo definisce “il nostro grande successo” e si riferisce alla cultura partecipativa che caratterizza l’inizio del terzo millennio. I cittadini si organizzano, reclamano voce in capitolo nelle decisioni delle società e dei governi. Sono persone educate ad utilizzare le informazioni che anche noi, come bibliotecari, abbiamo reso accessibili al fine di promuovere una partecipazione informata. E’ un risultato per cui abbiamo lavorato duramente. Per Lankes il futuro delle biblioteche è nei bibliotecari che non aspetteranno che qualcuno li vada a cercare ma che proveranno ad individuare i problemi e a cercare attivamente di dare un contributo per risolverli.
I bibliotecari, secondo questa visione, non sono neutrali fornitori dell'informazione ma agenti proattivi di cambiamento sociale, perché si pongono al fianco delle loro comunità di riferimento per aiutarle ad apprendere, a creare nuova conoscenza e a compiere decisioni migliori per il loro futuro.
E' in questo senso che la funzione della biblioteca pubblica può essere rivisitata e aggiornata alle esigenze e alle dinamiche che caratterizzano le società contemporanee: le biblioteche avranno un futuro nella misura in cui determineranno un miglioramento nella qualità della vita della loro comunità, identificata nella capacità di decidere consapevolmente per il bene comune. Si tratta di una visione del ruolo della biblioteca che afferma in un contesto nuovo una verità antica: le biblioteche sono istituti della conoscenza che promuovono la partecipazione attiva, l’apprendimento e la condivisione di informazioni ma soprattutto l’acquisizione di competenze informative, vale a dire, nella società digitale e interconnessa, quanto di più “social” si possa fare per combattere nuove e potenti forme di esclusione sociale.
Come possiamo essere d’aiuto in questo processo? Inserendo le biblioteche al centro del dibattito sul futuro della nostra società attraverso una strategia di responsabilità sociale fondata su un comportamento consapevolmente etico, articolato attorno ad alcuni concetti-chiave: la creazione di valore nel settore specifico della cultura, dell'educazione, della ricerca; il contributo da dare alla coesione sociale attraverso interventi rivolti alle fasce di popolazione deboli; la trasformazione della biblioteca come uno spazio primario di integrazione culturale e di socialità attiva e partecipativa; lo sviluppo di nuovi servizi finalizzati a garantire, attraverso un accesso qualificato ed esteso alla conoscenza e alla formazione, l'autonomia critica dei cittadini. Promuovendo i temi dell’Agenda Digitale Europea (6) e di quella italiana, sensibilizzando i cittadini all’uso critico e consapevole dei contenuti e dell’infrastruttura della rete (7), oppure la conoscenza dei Millennium Developement Goals (8), gli obiettivi stabiliti dall'ONU per lo sviluppo dell'umanità. Orientando i comportamenti individuali e collettivi in direzioni socialmente desiderabili, ad esempio attraverso programmi per l'infanzia e per la coesione sociale.
Come possiamo declinare i bisogni della comunità di riferimento? Sostenendo la condivisione di conoscenza veicolata dalle molteplici comunità di interesse e di apprendimento che popolano le realtà in cui operiamo o, meglio, sostenendo la creazione di nuovi gruppi o comunità.
Il termine “comunità”, dal punto di vista della psicologia sociale, sottende precise implicazioni. Ogni esperienza sociale è influenzata da due dimensioni complementari: quella della identità personale, ovvero le caratteristiche di personalità individuali, e quella della identità sociale, che può essere definita come la parte del concetto di sé che risulta dalla coscienza di appartenere a un determinato gruppo sociale e all'attribuzione di un valore emotivo a tale appartenenza. Ma la tensione fra dimensione individuale e dimensione sociale è alla base delle differenze che caratterizzano le diverse reti sociali umane.
Una comunità è una rete sociale stabile, costruita in base alla vicinanza fisica o di interessi o sulla condivisione di una identità, e in letteratura è distinta dal gruppo, che è invece una rete sociale dinamica costruita in base alla condivisione di un obiettivo comune, circostanziato e definito nel tempo. A creare le comunità sono i legami forti, che rendono I membri simili fra loro creando un vincolo tendenzialmente permanente.
Pertanto, si assume qui il termine comunità in senso aspecifico, come sinonimo di rete sociale e facendo riferimento alla possibilità di costituire gruppi o comunità virtuali, di interesse, di scopo. Le prime si costituiscono, relazionano, corrispondono tra loro attraverso uno spazio digitale, instaurando legami virtuali o facendo entrare in contatto il mondo reale e quello virtuale (come ad esempio nei social network) e sviluppando nel tempo caratteristiche che le rendono simili alle comunità tradizionali: interazione frequente e orientata a uno scopo comune, percezione di essere parte di una medesima unità e di condividere una qualche identità comune. Le seconde si raccolgono attorno a una passione comune e sono indotte a condividere esperienze e conoscenza, supportandosi reciprocamente: è il caso, ad esempio, dei gruppi di lettura o dei gruppi di apprendimento, ma anche dei lettori volontari. Le ultime sono animate dalla volontà di raggiungere un obiettivo condiviso attraverso un'azione concertata e agita collettivamente, come avviene nei gruppi che organizzano il bookcrossing o nelle associazioni di donatori di voce, che contribuiscono a rendere accessibili i libri alle persone con difficoltà di lettura.
Ciò che accomuna queste tipologie di reti sociali è la spinta alla partecipazione diretta manifestata dagli individui e la responsabilità della biblioteca sta nell'allestire gli strumenti, le occasioni e i luoghi – reali e virtuali – perché tale spinta si concretizzi e si sviluppi, in forme anche apertamente autonome e non mediate dall'istituzione: il futuro delle biblioteche pubbliche non sta nella natura di luogo permeabile a qualsiasi suggestione o esperienza ma nella capacità di essere «luoghi della conoscenza condivisa, della produzione di intelligenza, delle opportunità, del trasferimento sociale di capacità, delle relazioni e del benessere» (9). Questa declinazione deve sempre essere posta in relazione con una comunità, non intesa come il complesso del pubblico di riferimento (concetto troppo astratto per essere efficace) ma come l'articolata realtà dei gruppi e delle community reali e potenziali che popolano l'ecosistema in cui ogni biblioteca opera, rendendolo differente da qualsiasi altro.

NOTE

  1. Carini Dainotti, V., La biblioteca pubblica istituto della democrazia, Milano, Fabbri, 1964, p. 14.
  2. Legge 16 maggio 1970, n. 281, “Provvedimenti finanziari per l'attuazione delle Regioni a statuto ordinario “.
  3. D.P.R. 15 gennaio 1972, n. 8 e D.P.R 24 luglio 1977, n. 616.
  4. http://trends.ifla.org/files/trends/assets/trend_report_ita.pdf
  5. David Lankes, L’atlante della biblioteconomia moderna, Milano, Bibliografica, 2014.
  6. L’Agenda digitale europea è l’iniziativa della Commissione Europea, avviata nel 2010 al fine di predisporre una strategia, per l’Europa 2020 che individui azioni di innovazione, sviluppo economico e crescita della competitività, utilizzando le potenzialità delle tecnologie digitali. Gli stati membri sono chiamati ad intervenire su sei aree di azione, denominate “pillar”, pilastri: 1. Mercato digitale unico, 2. Internet veloce e superveloce, 3. Interoperabilità e standard, 4. Fiducia e sicurezza informatica, 5. Ricerca e innovazione, 6. Alfabetizzazione digitale. Il pilastro VI  “Enhancing digital literacy, skills and inclusion” chiede agli Stati membri di individuare, mediante partenariati multilaterali, azioni volte ad aumentare e migliorare le competenze e l’inclusione sociale attraverso iniziative di formazione/alfabetizzazione digitale.
  7. http://www.agid.gov.it/agenda-digitale/agenda-digitale-italiana. L’Agenda digitale italiana è stata istituita nel marzo 2012. La Cabina di regia dell’Agenda digitale italiana ha individuato sei assi strategici: uno di questi è denominato “Alfabetizzazione informatica-Competenze digitali”.
  8. http://www.un.org/millenniumgoals/
  9. G. Di Domenico,Conoscenza, cittadinanza, sviluppo:appunti sulla biblioteca pubblica come servizio sociale, in AIB Studi, vol. 53 n. 1 (gennaio/aprile 2013), p. 24.
 
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